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  • 23/05/2024 00:03

Universo neofascista in Italia: una mappa

I simboli ci sono tutti: dal fascio littorio al busto del Duce. I valori pure: dal nazionalismo alla «legge di natura» che taglia fuori i diritti civili. Abbiamo incontrato i giovani fascisti nei loro luoghi di aggregazione, per indagare quanta consapevolezza ci sia sulla violenza del Ventennio e su un'ideologia che la nostra Costituzione ripudia DI ALESSIA ARCOLACI 22 MAGGIO 2024 La sede del Movimento Nazionale Rete dei Patrioti a Milano La sede del Movimento Nazionale - Rete dei Patrioti a MilanoGABRIELE MICALIZZI Questo articolo è pubblicato sul numero 22-23 di Vanity Fair in edicola fino al 5 giugno 2024 ATor Bella Monaca, periferia est di Roma, c’è una palestra che si chiama «La Trincea» e il sottotitolo recita: «Siamo roccia, siamo marmo, siamo palla di cannone». La frase viene da un brano del gruppo rock Hobbit, noto nell’ambiente dell’estrema destra come band identitaria e nazionalista. Il nome è un riferimento esplicito a Tolkien, autore caro alla destra (e alla premier Giorgia Meloni). Tra le prime esibizioni della band c’è quella a un campo Hobbit, organizzato dal Fronte della Gioventù, il movimento giovanile legato al Movimento Sociale Italiano, d’ispirazione fascista, dove per anni i militanti si sono incontrati per «addestrarsi», con le buone e con le cattive. La palestra è al piano terra di un edificio popolare, si entra e ci si ritrova in un mondo che non può esistere ma che c’è. Sulla parete d’ingresso spicca un’immagine di Benito Mussolini, accanto una locandina grida che i gay non possono adottare. Sullo sfondo, un banner plastificato copre tutta la parete con la scritta: Fascismo. Qui si allenano i militanti di Azione Frontale. Praticano lotta greco-romana, arti marziali «ma la palestra è per il quartiere». A parlare è Ernesto Moroni, fondatore del movimento dichiaratamente fascista. Come può esistere? In Italia il fascismo è condannato dalla Costituzione, come recita la XII disposizione finale. Moroni dice di offrire un’alternativa sociale ai giovani del quartiere che non trovano risposte dalle istituzioni: «Raccogliamo siringhe, siamo un deterrente per lo spaccio, aiutiamo i ragazzi a crearsi un’alternativa al degrado sociale in cui crescono», dice. Di fatto, educa al fascismo sovvertendo il significato di parole come rispetto, valori, amore, ordine naturale, tradizione, identità. Una delle prime iniziative messe in piedi da Azione Frontale fu quella di attaccare i cartelli con la scritta «Boicotta i negozi stranieri». Poco dopo, Moroni proiettò la faccia del Duce a Palazzo Venezia. Ma su tutti i giornali ci finì per avere inviato tre pacchi contenenti teste di maiale alla sinagoga di Roma. Insieme a lui, militano una ventina di ragazzi, dai 17 ai 30 anni, che si proclamano fascisti. Lo dice senza mezzi termini Erminio, 18 anni. «Qui mi sono dato un senso». Mentre parliamo davanti a una pizza, sulle pareti della sede spiccano i riferimenti del fascismo e, poco distante, un busto del Duce. «È di design», specifica Ernesto. Poi il fascio littorio, libri di storia. Sebbene ci sia spazio per il dialogo, la linea di pensiero è univoca: no omosessuali, no stranieri, no aborto, no ebrei, no educazione all’affettività nelle scuole. Se la violenza fisica oggi è poco presente, quella delle parole è costante. PUBBLICITÀ Sulla stessa linea di pensiero ma a latitudini diverse incontriamo i ragazzi del Blocco Studentesco, movimento giovanile di CasaPound. Siamo nel centro di Roma. «Noi non siamo di destra, siamo fascisti». Inizia così Luca Marsella, portavoce dell’organizzazione che non si sente rappresentata dal governo. «Sono arrivata qui perché la visione di CasaPound è diversa da tutto quello che è orizzontale», racconta Chiara, 21, indossando una maglietta degli ZetaZeroAlfa, gruppo musicale neofascista del fondatore di CasaPound, Gianluca Iannone. Si è avvicinata al gruppo tramite l’università. Per diventare militante la differenza la fa quanto ti vuoi impegnare, in termini di tempo e testa. «Non siamo una setta, non ci sono riti. Ma se ci danno due schiaffi, rispondiamo», commentano. Molti di loro li abbiamo già visti nelle commemorazioni fasciste da Acca Larenzia a Sergio Ramelli. «Il saluto romano lo usiamo solo in quei casi. Il presente è un rito dove noi ricordiamo i nostri caduti. Non costituisce reato e, se anche lo fosse, non ce ne fregherebbe nulla». Sul saluto fascista, che erroneamente viene chiamato romano, esistono diverse sentenze. In alcuni casi è stato considerato reato, in altri no: dipende dal contesto. In Italia abbiamo due leggi, Scelba e Mancino, che disciplinano il reato di riorganizzazione del partito fascista e di apologia del fascismo, tra cui anche l’ostentazione di usi, come in questi casi, legati ai fascisti. Al rito del «presente» partecipano anche alcuni militanti di Gioventù Nazionale, il movimento legato a Fratelli d’Italia, circa cinquantamila iscritti. Prima era il Fronte della Gioventù (dove l’attuale premier si è formata politicamente), d’ispirazione fascista. Incontriamo Flaminia alla festa che il movimento ha organizzato per celebrare il decimo anniversario dalla sua fondazione. Siamo a Trastevere, a Roma, in un locale che ha nel logo disegnati due serpenti. Intorno a noi ci sono circa un centinaio di persone. Vengono dalla Roma bene e dalla periferia. Qui la presidente del Consiglio è chiamata rigorosamente Giorgia, simbolo di forza. «Noi crediamo che il fascismo sia un periodo storico che è finito con la morte di Benito Mussolini. Non c’è bisogno di dichiararsi antifascista», esordisce Flaminia, 21, mentre tiene stretta la sigaretta elettronica e relega alla memoria le leggi razziali, i milioni di morti, lo squadrismo. «Se gli antifascisti sono quelli che vanno a bruciare i cartelli con la faccia di Giorgia Meloni, sicuramente noi non lo siamo». Basterebbe dire che l’antifascismo ha garantito all’Italia la liberazione dal nazifascismo e ci ha messo nelle mani la Costituzione. Flaminia ha contattato il movimento tramite i social a 17 anni. «Mio padre è agente immobiliare e mia madre casalinga». La folgorazione è arrivata ascoltando «Giorgia». «Diceva le cose che pensavo io: l’amore per la patria, la battaglia contro la mafia. C’era qualcuno che poteva rappresentarmi». Dalle scale del locale passano ragazzi e ragazze, molti si salutano prendendosi l’avambraccio, il richiamo è al saluto dei gladiatori. Dove si fermano le parole, ci sono i simboli: la fiaccola tricolore presente nel logo di Gioventù Nazionale, che alcuni militanti hanno tatuato addosso, emblema dei movimenti giovanili di estrema destra fin dal dopoguerra. Le frasi di Nietzsche, a cui Mussolini s’ispirò nella sua interpretazione del Superuomo, citate e incise: «Ciò che non mi uccide, mi fortifica». Sui profili social di molti militanti la descrizione è la stessa: Dio, patria, famiglia. Qui tutti frequentano l’università, non immaginano una carriera politica ma «sono a servizio del partito», continua Flaminia. «Studio giurisprudenza perché mi piacerebbe essere avvocato, questo è il primo obiettivo. Sono qui perché questa è la mia comunità». Le idee sono chiare e parlano di un mondo che sa di trapassato remoto ma che scalpita per riprendere spazio. «Sono contro l’aborto, accetto gli omosessuali ma dico no al capriccio di avere figli o adottare bambini». La voce guida è la legge di natura. Lo ripete Mattia, 21 anni. L’ultimo libro letto è sull’intelligenza artificiale, quello prima era Il giocatore di Dostoevskij. «Se devo immaginare una famiglia, anche in nome del principio della procreazione, penso che debba essere composta da un uomo e una donna». Tra le mura di questo locale c’è la base militante che fa cerchio intorno alla presidente del Consiglio. Ragazzi e ragazze che indossano accessori firmati, che hanno studiato la storia ma che non si dichiarano antifascisti, come se fosse un’opzione possibile in una Repubblica, la nostra, che si fonda sull’antifascismo. Su queste scale prendono forma in maniera netta le parole di Michela Murgia: «Vi aspettate che il fascismo bussi alla porta con la camicia nera? Non è così». Senza presa di coscienza oggi ci sono ventenni che si chiamano tra loro «camerati». La prima volta che sentiamo questa parola siamo a Milano, dentro la sede della Rete dei Patrioti. La pronuncia Luca Bolis, 27 anni, alcuni precedenti per scontri. «Sono entrato per una reazione viscerale al degrado dei valori», racconta Luca, che è molto cattolico. Iniziamo a parlare dopo che per circa un’ora, in sede, tre esponenti uomini hanno ribadito che l’aborto è un omicidio e va abolito, come l’omosessualità. Un ragazzo dice all’amico che sembriamo di sinistra per come siamo vestiti. C’è chi ci osserva, chi non ci stringe la mano e chi tenta una provocazione chiedendo se siamo scandalizzati da quello che abbiamo appena ascoltato. «Qui dentro siamo camerati perché condividiamo una trincea di tipo ideale. Siamo combattenti per la verità», continua Luca. Usciamo che Milano è raccolta nel buio. Il giorno successivo siamo a Bollate, nella Skinhouse del gruppo Lealtà Azione, vicino agli Hammerskin, attivo nel sociale con distribuzione di aiuti alimentari alle famiglie e contrasto alla pedofilia. «Qui siamo contro il sistema». Emanuele racconta che quando ha detto ai suoi genitori di essere entrato nel movimento è stato allontanato da casa. Fa manutenzione al Campo 10 del cimitero di Musocco, dove sono seppelliti circa mille fascisti. «Archivio le lettere scritte dai combattenti morti alla mia età in guerra. Le leggo e mi viene la pelle d’oca». Se la parola fascismo oggi sta così bene, come si chiede lo storico Francesco Filippi, la democrazia come sta? VANITY FAIR

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