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  • 02/11/2026 11:15

LUCCA, dalla città storica alla città-territorio: il rammendo come ricostruzione dell'organismo urbano.

LUCCA, dalla città storica alla città-territorio: il rammendo come ricostruzione dell'organismo urbano.

Dalla città dei pieni e dei vuoti alla città delle relazioni: ricomporre Lucca senza consumare altro territorio».

Da Ragghianti e Luporini a Portoghesi e Renzo Piano. Per una nuova cultura urbanistica capace di ricomporre la città e il suo territorio.


La lezione di Ragghianti: “la città non è una somma di edifici, ma un sistema di relazioni”.

Nel 1955 Carlo Ludovico Ragghianti realizza il critofilm Lucca città comunale, con la consulenza di Cesare Luporini. L'opera rappresenta un riferimento culturale importante per comprendere il valore della città storica non soltanto attraverso i suoi monumenti, ma attraverso la complessità delle relazioni spaziali che ne definiscono l'identità.

Il significato più profondo che possiamo ricavare da questa lettura è che la città non coincide con la somma delle sue architetture, ma con il sistema delle relazioni che esse stabiliscono tra loro e con gli spazi che le separano e le connettono.

Le piazze, le strade, gli slarghi, i cortili, i giardini, gli spazi aperti non sono semplicemente ciò che rimane tra gli edifici. Sono elementi costitutivi della struttura urbana.

Piazza dell'Anfiteatro, piazza San Michele, piazza San Martino, piazza Napoleone non sono soltanto luoghi monumentali: sono episodi di una sequenza urbana, differenti per forma, origine e significato, ma collegati dalla continuità del tessuto cittadino.

Il valore di ciascuno di questi spazi non si esaurisce nei propri confini. Dipende anche dalle relazioni che intrattiene con il resto della città.

È importante distinguere il contenuto documentabile del critofilm dalla nostra interpretazione contemporanea che vuol costituire una estensione di quella lettura alla periferia e al territorio e costituisce un'elaborazione progettuale ulteriore. 


Il passaggio decisivo: dalla città storica come organismo alla città contemporanea come organismo incompiuto.

Se riconosciamo che la qualità della città storica deriva dalle relazioni tra le sue parti, dobbiamo porci una domanda fondamentale:

Perché lo stesso principio non dovrebbe valere per la città sviluppatasi fuori dalle Mura?

La prima periferia lucchese, formatasi attraverso trasformazioni successive, presenta caratteristiche profondamente diverse da quelle del centro storico.

La crescita edilizia, la progressiva specializzazione funzionale, la realizzazione delle infrastrutture stradali e la frammentazione degli interventi hanno prodotto, in diversi ambiti, una struttura urbana meno continua e meno riconoscibile.

In molti casi, l'attenzione si è concentrata sui singoli interventi edilizi, senza che questi contribuissero a costruire un sistema organico di spazi pubblici e relazioni urbane.

Ne sono derivate discontinuità, separazioni, aree residuali e spazi privi di un ruolo riconoscibile nella vita collettiva.

Eppure, proprio all'interno di questa struttura apparentemente disordinata, si possono individuare le risorse per una nuova organizzazione della città.

La periferia non è necessariamente priva di struttura: possiede una struttura latente, che il progetto urbanistico deve imparare a riconoscere e valorizzare.

Qui si colloca il passaggio tra la concezione della città storica come organismo compiuto e quella della città contemporanea come organismo ancora da ricomporre.

Non si tratta di riprodurre nella periferia le forme architettoniche del centro storico, né di imitarne la morfologia.

Si tratta di recuperare il principio che ne ha determinato la qualità: la continuità delle relazioni tra spazi, funzioni e persone.


Portoghesi e Piano: due intuizioni da integrare

Quando Paolo Portoghesi, nel numero 78 di Urbanistica del 1985, immagina le periferie come splendidi canovacci per la città di domani, introduce un rovesciamento di prospettiva.

La periferia non rappresenta più soltanto il risultato problematico della crescita urbana, ma diventa il luogo nel quale sperimentare una nuova concezione della città.

Il canovaccio è una trama sulla quale è possibile intervenire, aggiungendo elementi, costruendo connessioni, attribuendo significati.

Renzo Piano, attraverso il concetto di rammendo delle periferie, porta questa intuizione sul terreno operativo.

La città non deve necessariamente essere trasformata attraverso grandi demolizioni, sostituzioni edilizie o espansioni.

Può essere rigenerata mediante interventi mirati, diffusi, capaci di incidere sulla qualità degli spazi e sulla vita degli abitanti.

Ma a queste due intuizioni possiamo aggiungere un terzo passaggio.

Il rammendo non deve riguardare soltanto le parti degradate della città, ma deve diventare il principio organizzatore dell'intero sistema urbano e territoriale.

Non basta migliorare un quartiere se questo continua a essere separato dagli altri.

Non basta realizzare un giardino se rimane isolato.

Non basta recuperare un edificio dismesso se la nuova funzione non produce relazioni con il contesto.

Il valore dell'intervento deve essere misurato anche dalla sua capacità di contribuire a una rete urbana più ampia.


Le aree interstiziali: da vuoti residuali a infrastruttura della città.

Le aree interstiziali presenti tra il centro storico e la prima periferia, e successivamente nell'intero territorio, possono essere considerate come gli elementi di una trama potenziale.

Sono aree libere, spazi inedificati, complessi dismessi, immobili sottoutilizzati, margini infrastrutturali e frammenti di territorio che non hanno ancora trovato una funzione coerente con le esigenze contemporanee della città.

Tradizionalmente, queste aree vengono valutate singolarmente, secondo la loro destinazione urbanistica e le opportunità di trasformazione edilizia.

Ma è possibile rovesciare questa impostazione.

Anziché domandarci quanto si possa costruire in ciascuna area, dovremmo domandarci quali relazioni quella stessa area possa generare.

Un'area libera può diventare un giardino pubblico e contemporaneamente un collegamento tra due quartieri.

Un complesso industriale dismesso può accogliere funzioni culturali, sociali e formative, diventando un nuovo luogo di centralità urbana.

Un percorso pedonale alberato può collegare una scuola, una piazza, un centro civico e una fermata del trasporto pubblico.

Un sistema di piccoli spazi aperti può costruire una continuità ecologica e sociale che oggi non esiste.

È qui che il concetto di rammendo acquista una dimensione propriamente urbanistica.

Non è più soltanto il recupero di singoli luoghi, ma la costruzione di una infrastruttura pubblica delle relazioni.

Un'infrastruttura che non è necessariamente costituita da nuove strade o grandi opere, ma da spazi accessibili, percorsi, attrezzature, verde urbano e luoghi di comunità.

Occorre tuttavia evitare che il rammendo diventi un pretesto per occupare tutti gli spazi liberi. Alcuni vuoti devono essere conservati proprio per la loro funzione ecologica, paesaggistica e sociale.

La continuità urbana non richiede necessariamente continuità edilizia.


Le Mura di Lucca: da limite storico a cerniera della città contemporanea.

Il caso di Lucca offre un'occasione straordinaria per sviluppare questa impostazione.

Le Mura rinascimentali costituiscono un elemento di riconoscibilità eccezionale, ma rappresentano anche una separazione fisica tra la città storica e quella esterna.

Questa separazione è stata accentuata dal sistema della circonvallazione, che in diversi punti rende difficoltosa la continuità dei percorsi pedonali e ciclabili tra centro e quartieri.

La questione urbanistica fondamentale non è dunque superare il limite monumentale delle Mura, che deve essere integralmente conservato, ma superare le barriere funzionali che impediscono alle diverse parti della città di comunicare.

In questa prospettiva, le Mura e gli Spalti possono assumere il ruolo di grande cerniera verde urbana.

Non un confine che separa due città, ma un sistema monumentale e paesaggistico intorno al quale organizzare le connessioni.

Le porte storiche, i percorsi esistenti, gli attraversamenti, gli spazi verdi e le piazze esterne possono diventare gli elementi di una rete che collega la città murata con San Concordio, San Marco, Sant'Anna, San Filippo, Borgo Giannotti e gli altri quartieri.

Penso, ad esempio, al rapporto tra la stazione ferroviaria, piazzale Ricasoli, la circonvallazione e gli Spalti.

Qui la riduzione della barriera automobilistica, anche mediante soluzioni infrastrutturali da verificare sotto il profilo tecnico, economico e della tutela, potrebbe consentire una maggiore continuità tra la stazione e la città.

Analogamente, la riqualificazione delle connessioni tra le porte urbane e i quartieri esterni potrebbe trasformare alcuni spazi oggi dominati dal traffico in luoghi di attraversamento sicuro, sosta e relazione.

La tutela delle Mura non deve essere separata dal progetto della città contemporanea: può diventarne uno dei principali riferimenti ordinatori.

Dalla prima periferia al territorio: riconoscere il policentrismo storico di Lucca. 

Il passaggio successivo consiste nell'estendere il principio del rammendo all'intero territorio comunale.

Lucca presenta una struttura insediativa storicamente policentrica.

Accanto alla città murata esiste una rete di paesi, nuclei storici, insediamenti rurali e centri di servizio, distribuiti nella Piana, nell'Oltreserchio e nelle aree collinari.

Questa struttura rappresenta un patrimonio territoriale che non può essere interpretato semplicemente come periferia lontana dal centro.

Ogni paese possiede una propria identità, una storia, relazioni con il paesaggio e una potenziale funzione all'interno del sistema territoriale.

Il problema è che le trasformazioni urbanistiche e infrastrutturali degli ultimi decenni hanno spesso indebolito tali relazioni, favorendo la dipendenza dall'automobile e la concentrazione dei servizi.

Il rammendo territoriale dovrebbe quindi perseguire un duplice obiettivo: migliorare i collegamenti con la città e, contemporaneamente, rafforzare l'autonomia funzionale e la vita comunitaria dei singoli paesi.

Questo significa recuperare gli spazi pubblici, mantenere e distribuire i servizi essenziali, rafforzare il trasporto collettivo, costruire reti ciclabili e pedonali, valorizzare i percorsi storici e ricostituire le continuità ecologiche.

Significa anche considerare il territorio agricolo non come uno spazio in attesa di edificazione, ma come componente strutturale della città-territorio.

La campagna, i corsi d'acqua, i boschi, le aree umide e gli spazi aperti costituiscono un sistema di relazioni ambientali che deve essere integrato nel progetto urbanistico.

Qui il rammendo assume una dimensione nuova: non soltanto urbana e sociale, ma anche ecologica e paesaggistica.


La città come organismo vivente: una prospettiva culturale.

Il riferimento all'organismo urbano consente di sviluppare una riflessione ancora più profonda.

Una città non è soltanto un insieme di edifici, infrastrutture e funzioni.

È un sistema complesso nel quale si intrecciano dimensioni materiali e immateriali: memoria, identità, relazioni sociali, consuetudini, attività economiche, cultura e appartenenza.

Una città può conservare intatti i propri monumenti e tuttavia perdere progressivamente la propria vitalità.

Può essere restaurata nelle architetture e impoverita nella vita comunitaria.

Può diventare più attrattiva turisticamente e, nello stesso tempo, meno abitabile per i propri residenti.

È il rischio che interessa numerose città storiche, Lucca compresa.

La progressiva trasformazione delle abitazioni in alloggi turistici, la sostituzione delle attività di vicinato, la riduzione degli spazi di relazione quotidiana e l'occupazione prolungata degli spazi pubblici per manifestazioni possono indebolire le condizioni che rendono viva una città.

In questo quadro, il rammendo non può limitarsi alla dimensione fisica.

Occorre rammendare anche le relazioni sociali, la continuità generazionale, il rapporto tra abitanti e luoghi, tra memoria storica e vita contemporanea.

Questo significa che le politiche urbanistiche devono essere accompagnate da politiche abitative, sociali, culturali e di mobilità.

La città non si rigenera semplicemente costruendo nuovi spazi, ma creando le condizioni perché quegli spazi tornino a essere vissuti. 


Una nuova interpretazione del concetto di centralità.

Un'altra conseguenza della proposta in questione riguarda il concetto stesso di centro e periferia.

Nella concezione tradizionale, il centro storico concentra i principali valori simbolici, culturali e monumentali, mentre la periferia viene considerata uno spazio subordinato.

Ma questa gerarchia può essere superata senza negare il valore specifico della città storica.

La periferia può sviluppare proprie centralità: luoghi riconoscibili, attrezzati, accessibili, capaci di attrarre persone e generare relazioni.

Una biblioteca, una scuola aperta al quartiere, un parco, una piazza, un centro culturale, un mercato possono diventare punti di riferimento per la vita collettiva.

La città futura potrebbe quindi essere organizzata non intorno a un solo centro dominante, ma attraverso una rete di centralità complementari, collegate da un sistema continuo di spazi pubblici, mobilità sostenibile e infrastrutture verdi.

Questo modello consentirebbe anche di ridurre la pressione esercitata sul centro storico, distribuendo funzioni, opportunità e servizi.

Non si tratta di diminuire l'importanza del centro, ma di estendere la qualità urbana all'intera città.


Una possibile traduzione operativa per il Piano Strutturale e il Piano Operativo.

Per evitare che questa visione rimanga un'affermazione culturale, occorre tradurla in strumenti urbanistici concreti.

Propongo di individuare una nuova componente del quadro conoscitivo e progettuale: la “Rete delle connessioni e delle centralità urbane e territoriali”.

Questa rete dovrebbe essere costruita attraverso:

Censimento delle aree interstiziali: individuazione delle aree libere, dismesse, sottoutilizzate e degli spazi pubblici potenzialmente connettibili.

Analisi delle discontinuità: individuazione delle barriere stradali, ferroviarie, fisiche e funzionali che interrompono le relazioni tra quartieri.

Mappatura delle centralità esistenti: scuole, biblioteche, mercati, impianti sportivi, centri civici, parchi e luoghi di aggregazione.

Definizione delle connessioni prioritarie: percorsi pedonali e ciclabili, corridoi verdi, collegamenti con il trasporto pubblico.

Programmazione degli interventi: individuazione delle priorità, delle risorse, delle modalità di acquisizione e gestione pubblica e degli strumenti di attuazione.

Questa impostazione dovrebbe essere accompagnata da indicatori misurabili: accessibilità dei servizi, distanza dagli spazi verdi, continuità dei percorsi, disponibilità di luoghi pubblici e riduzione delle barriere.

Il principio potrebbe essere coerentemente sviluppato nel quadro della legge regionale toscana 65/2014, con particolare attenzione alla rigenerazione urbana, al contenimento del consumo di suolo e alla qualità degli insediamenti, e costituire una delle basi per una sua implementazione.

La perequazione urbanistica, ove applicabile, potrebbe inoltre contribuire all'acquisizione di aree e alla realizzazione delle dotazioni pubbliche, evitando che ogni trasformazione venga valutata soltanto in funzione della convenienza immobiliare.

Dalla tutela della forma alla tutela delle relazioni.

Arriviamo così al punto  più significativo.

La cultura urbanistica del Novecento ha progressivamente riconosciuto il valore della città storica come organismo unitario, superando una concezione della tutela limitata ai singoli monumenti.

Questa acquisizione ha avuto conseguenze fondamentali per la conservazione dei centri storici.

Oggi, però, occorre compiere un ulteriore passaggio.

Dalla tutela dell'organismo storico dobbiamo passare alla ricomposizione dell'organismo urbano e territoriale contemporaneo.

La città storica ci insegna il valore della continuità, della complessità, della relazione tra pieni e vuoti, della compresenza di funzioni e della riconoscibilità dei luoghi.

La periferia ci offre il canovaccio sul quale reinterpretare questi principi.

Le aree interstiziali rappresentano le opportunità concrete per costruire nuove connessioni.

Il territorio ci restituisce la dimensione paesaggistica, ecologica e policentrica dell'insediamento umano.

Ragghianti e Luporini, Portoghesi e Piano possono così essere messi in dialogo, pur nella diversità delle loro elaborazioni, all'interno di una concezione urbanistica che non separa conservazione e trasformazione, ma le riconduce a un unico progetto di qualità della vita.


Lucca, 01.11.2026

Claudio Pardini Cattani, architetto.

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