Manuale di sopravvivenza ai commentatori eternamente arrabbiati
C’è una piccola, rumorosa minoranza che vive il commento online come se fosse una gara di lancio del livore. Non importa l’argomento: un post informativo, un’opinione pacata, una notizia neutra. Arrivano loro, con la tastiera fumante e la convinzione incrollabile di dover distribuire patenti di incapacità a chiunque respiri. Non discutono: sentenziano. Non argomentano: sminuiscono. Non leggono fino in fondo: fiutano una parola che non gli piace e partono in scivolata.
Gestire la rabbia di queste persone non significa convincerle (missione impossibile, come spiegare il silenzio a una tromba), ma imparare a non farsi risucchiare nel loro vortice. Il primo passo è riconoscerle: usano superlativi emotivi (“vergognoso”, “ridicolo”, “imbarazzante”), parlano per assoluti (“tutti”, “nessuno”, “sempre”), e soprattutto attaccano la persona invece delle idee. È il classico segnale che non stanno cercando un confronto, ma uno sfogo.
Qui entra in gioco l’arte sottile del distacco ironico. L’ironia, quando è gentile e asciutta, è un antistress potentissimo. Non serve la battuta cattiva: basta riportare il discorso sui fatti o ringraziare per “il contributo così… passionale”. Spesso si sgonfiano da soli. Altre volte no, ma almeno non vi siete sporcati le mani.
Seconda regola: non nutrire il troll. La rabbia online funziona come un falò: più legna emotiva butti, più divampa. Se il commento è palesemente offensivo e vuoto, ignorarlo è una scelta di igiene mentale. Non è debolezza, è economia delle energie. Quelle vanno spese per chi ha qualcosa da dire, non per chi ha solo bisogno di urlare.
Terzo: stabilire confini chiari. Un blog non è una piazza senza regole. Un messaggio semplice e fermo (“qui si discutono le idee, non si offendono le persone”) fa miracoli. Non perché converta gli arrabbiati cronici, ma perché tutela il clima e rassicura la maggioranza silenziosa, quella che legge, riflette e magari sorride.
Infine, un piccolo promemoria terapeutico: chi commenta con livore spesso non ce l’ha davvero con il post. Ce l’ha con la giornata, con il lavoro, con qualcosa che non gira. Il blog diventa il punching ball emotivo. Capirlo non giustifica gli insulti, ma aiuta a ridimensionarli. Non sono giudizi su di voi, sono sfoghi altrui.
In conclusione, le persone sempre arrabbiate esistono, ma per fortuna sono poche. Non meritano di dettare il tono di uno spazio che nasce per informare, confrontarsi o semplicemente raccontare. Un po’ di ironia, qualche regola chiara e la serenità di chi sa che scrivere non è una gara di urla: e la rabbia, quella degli altri, può restare tranquillamente fuori dallo schermo.
Il Pellaio