Quando il linguaggio cambia: modi di dire un tempo comuni oggi percepiti come volgari
Ci sono espressioni che ...

Mi chiamo Guido, ottant’anni portati come si può, e certe cose le ricordo meglio di ieri. Lucca di oggi la guardo con affetto, ma anche con un filo di malinconia. Non perché sia peggiore, no, è solo diversa. Alcune abitudini si sono sfilacciate piano piano, come un maglione vecchio, senza che nessuno se ne accorgesse davvero.
Le chiocciole, per esempio. Oggi a dirlo sembra quasi una stranezza, qualcuno storce il naso, qualcun altro ride. E invece per noi era normale. Da ragazzi le si trovava spesso vicino all’acquedotto, dopo una pioggia buona, quando l’aria profumava di terra bagnata e le pietre erano ancora fresche. Si andava piano, senza fretta, con una sporta di tela o una scatola di latta. Non era una caccia, era quasi una passeggiata, un modo per stare insieme.
Una volta a casa iniziava la pazienza. Le chiocciole non si cucinavano subito, no davvero. Le si metteva a spurgare, con un po’ di farina o solo aria e tempo, perché dovevano “ripulirsi”. Mia madre diceva sempre che la fretta in cucina rovina tutto, e sulle chiocciole aveva una severità quasi religiosa. Ogni tanto controllava, cambiava il contenitore, borbottando tra sé e sé come se stesse parlando con loro.
Poi veniva il giorno giusto. L’odore dell’aglio che soffriggeva nell’olio buono, quello tenuto da parte per le occasioni serie. Prezzemolo, un pizzico di peperoncino, e le chiocciole che iniziavano a cantare piano nella padella, un suono leggero, quasi timido. Niente ricette scritte, tutto a occhio e a memoria. Il pomodoro arrivava dopo, non troppo, che doveva accompagnare e non coprire. E il pane, sempre tanto, perché il sugo non doveva andare sprecato, sarebbe stato un peccato grave.
Il sapore me lo porto ancora in bocca. Non era solo buono, era familiare. Sapeva di casa, di tavola apparecchiata senza cerimonie, di silenzi interrotti da qualche risata. Sapeva di Lucca, quella che non faceva rumore ma restava addosso.
Oggi passo vicino all’acquedotto e le vedo ancora, ogni tanto. Le chiocciole ci sono, loro resistono. Siamo noi che abbiamo smesso di chinarsi, di aspettare, di sporcarci un po’ le mani. Non dico che fosse meglio prima, ma certe cose avevano un ritmo che faceva bene al cuore. E se chiudo gli occhi, per un attimo, mi sembra ancora di sentire quell’odore in cucina e la voce di mia madre che dice: “Guido, porta il pane, che questo è un sugo che merita rispetto”.
G. B.
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