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  • 14/05/2026 09:22

Bullismo: il 50% degli studenti favorevole alle punizioni corporali

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda riflessione e viva preoccupazione rispetto ai risultati del recente sondaggio diffuso da Skuola.net, realizzato attraverso i propri canali social su un campione di oltre mille studenti italiani, secondo cui il 50% dei partecipanti si dichiarerebbe favorevole all’introduzione di punizioni corporali contro gli autori di atti di bullismo, prendendo come riferimento il modello adottato a Singapore nei casi ritenuti più gravi. L’altro 50% si è invece espresso in senso contrario, sostenendo che “la violenza non si cura con la violenza” e definendo tali pratiche un “ritorno al Medioevo”.


Il dato non può essere archiviato come una semplice provocazione giovanile né interpretato superficialmente come nostalgia dell’autoritarismo. Esso rappresenta piuttosto un indicatore culturale e sociale estremamente significativo: una parte crescente degli adolescenti sembra non sentirsi più realmente protetta dagli strumenti educativi tradizionali e manifesta una sfiducia profonda nella capacità delle istituzioni scolastiche di intervenire in modo efficace contro il bullismo e le dinamiche di sopraffazione.


Secondo gli ultimi dati ISTAT, pubblicati nel 2025 e riferiti al 2023, il 68,5% degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni dichiara di aver subito almeno un episodio offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online oppure offline, nei dodici mesi precedenti. Il 21% riferisce episodi ripetuti più volte al mese, mentre circa l’8% subisce atti di bullismo almeno una volta a settimana. Numeri di tale portata descrivono non un’emergenza episodica, ma una condizione relazionale diffusa che incide profondamente sulla salute emotiva, sulla fiducia sociale e sulla qualità della vita scolastica di migliaia di giovani.


Altre ricerche recenti confermano questo clima di crescente insicurezza. Un’indagine promossa da SOS Villaggi dei Bambini rileva che otto adolescenti su dieci considerano la violenza tra coetanei un problema grave, mentre solo poco più della metà dichiara di sentirsi realmente al sicuro a scuola. Parallelamente, diverse rilevazioni mostrano come molti studenti percepiscano note disciplinari, sospensioni e richiami formali come strumenti inefficaci, incapaci di produrre reali cambiamenti nei comportamenti aggressivi.


È dentro questo contesto che deve essere interpretato il consenso verso misure punitive estreme. Quando un ragazzo arriva a ritenere accettabile una punizione fisica, non sta necessariamente esprimendo adesione alla violenza; spesso sta manifestando il bisogno di vedere finalmente riconosciuta la sofferenza delle vittime, ristabiliti i confini e riaffermata la presenza autorevole degli adulti. La richiesta implicita non è tanto quella di colpire, quanto quella di essere protetti.


Il bullismo, infatti, non nasce nel vuoto. Si sviluppa in ambienti segnati da fragilità relazionali, difficoltà nella gestione delle emozioni, impoverimento dell’empatia e crescente esposizione a modelli comunicativi aggressivi. In molti casi la sopraffazione diventa una forma distorta di ricerca di potere, riconoscimento o appartenenza. Al tempo stesso, chi subisce violenza sperimenta frequentemente vergogna, isolamento, perdita di autostima e senso di invisibilità. Le ferite prodotte dal bullismo non sono soltanto sociali: incidono profondamente sulla costruzione dell’identità, sulla fiducia negli altri e sulla percezione del proprio valore personale.


Per questa ragione, trasformare la forza fisica in strumento educativo significherebbe trasmettere un messaggio profondamente contraddittorio: che la violenza possa essere considerata legittima quando esercitata da un’autorità. Una simile impostazione rischierebbe di rafforzare proprio quella cultura della forza e dell’umiliazione che alimenta i fenomeni di bullismo. L’obbedienza ottenuta attraverso la paura non coincide con la crescita morale; il timore della punizione può reprimere temporaneamente un comportamento, ma non genera automaticamente consapevolezza, empatia o responsabilità.


La scuola non può limitarsi a contenere il disagio attraverso logiche esclusivamente punitive. Deve invece recuperare pienamente la propria funzione educativa, diventando uno spazio capace di ascoltare, intercettare precocemente la sofferenza, costruire relazioni significative e promuovere competenze emotive e sociali. Gli adolescenti di oggi vivono spesso in una condizione di forte vulnerabilità affettiva, amplificata dalla pressione dei social network, dalla frammentazione delle relazioni e da modelli culturali sempre più competitivi e conflittuali. In tale scenario, l’autorevolezza educativa non coincide con la durezza della sanzione, ma con la capacità degli adulti di essere punti di riferimento credibili, coerenti e presenti.


Per arginare realmente il fenomeno, appare indispensabile rafforzare in tutte le scuole percorsi continuativi di educazione emotiva, alfabetizzazione relazionale e gestione non violenta dei conflitti, superando l’idea di interventi episodici o meramente simbolici. Occorre garantire la presenza stabile di figure professionali di supporto psicologico accessibili agli studenti, promuovere una formazione specifica dei docenti sulle dinamiche del disagio adolescenziale e del gruppo classe e costruire un’alleanza educativa più solida tra scuola e famiglie. Diventa inoltre fondamentale sviluppare pratiche di responsabilizzazione e giustizia riparativa che aiutino gli autori di atti aggressivi a comprendere concretamente le conseguenze delle proprie azioni, restituendo centralità alla relazione, all’ascolto e alla ricostruzione del legame sociale.


È altresì necessario investire maggiormente nella prevenzione del cyberbullismo, attraverso un’educazione digitale capace di far comprendere ai giovani il peso delle parole, la permanenza delle ferite online e il rischio di normalizzazione dell’aggressività nei contesti virtuali. Parallelamente, le istituzioni scolastiche devono poter disporre di strumenti operativi più rapidi ed efficaci per intervenire tempestivamente nelle situazioni di maggiore criticità, evitando che il senso di impunità alimenti ulteriormente la sfiducia degli studenti.


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ribadisce pertanto che ogni forma di punizione corporale risulta incompatibile con i principi costituzionali italiani, con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e con una visione educativa fondata sulla dignità della persona. Contrastare il bullismo significa investire seriamente nella prevenzione, nella qualità delle relazioni educative e nella costruzione di ambienti scolastici in cui nessuno studente si senta invisibile o abbandonato.


Una comunità educante matura non risponde alla paura con altra paura. La vera sfida consiste nel ricostruire fiducia, autorevolezza e senso di appartenenza, affinché nessun ragazzo senta più il bisogno di invocare la violenza come unica forma possibile di giustizia.


prof. Romano Pesavento

presidente CNDDU

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