Musica, ideologia e contagio: dal nazismo storico ai Campi Hobbit, fino al nazirock europeo e italiano
Nel Novecento la musica non è stata solo arte o intrattenimento. In più di una fase storica è diventata un’arma culturale, capace di modellare identità, creare appartenenza e semplificare la realtà in chiave ideologica. Il nazismo lo comprese con largo anticipo. Fin dall’ascesa al potere, il regime di Adolf Hitler considerò la musica uno strumento centrale per rafforzare il consenso e costruire un’identità collettiva emotivamente condivisa. Non si trattava di gusti musicali, ma di controllo: la cultura doveva essere “pura”, ordinata, riconoscibile e funzionale all’ideologia.
Attraverso la Reichsmusikkammer, lo Stato stabilì chi potesse suonare e cosa fosse legittimo ascoltare. Jazz, avanguardia, sperimentazione e influenze ebraiche o afroamericane vennero bollate come musica “degenerata”, espulse dallo spazio pubblico. Ma l’aspetto più inquietante non fu solo la censura. Fu l’uso sistematico della musica come veicolo emotivo: inni, marce e cori collettivi trasformavano l’ideologia in esperienza sensoriale, qualcosa da sentire prima ancora di comprendere.
Dopo il 1945 si è spesso creduto che quella stagione fosse definitivamente conclusa. In realtà, molte dinamiche sopravvissero e si adattarono a nuovi contesti. Nel dopoguerra, soprattutto dagli anni Settanta in poi, l’estrema destra iniziò a usare la musica non più come strumento ufficiale di Stato, ma come linguaggio di sottocultura. Niente ministeri o apparati pubblici, ma gruppi, etichette indipendenti, concerti semi-clandestini e una narrazione che si presentava come ribellione, identità e verità controcorrente. È in questo spazio che nasce e si consolida il fenomeno del nazirock.
Il modello prende forma nel mondo anglosassone. Un passaggio decisivo è rappresentato da Skrewdriver, che segna la trasformazione della musica punk da espressione di rabbia generica a strumento ideologico esplicito. Da quel momento la musica non è più solo sfogo, ma militanza. In Germania, Austria e nei paesi dell’Est europeo il fenomeno cresce rapidamente, favorito da tensioni sociali e da una memoria storica irrisolta. I concerti diventano raduni politici mascherati, le canzoni parlano di onore, sangue e tradizione con un linguaggio semplice e ripetitivo. Non serve conoscere la dottrina: basta cantare il ritornello giusto.
In Italia il rapporto tra musica e destra radicale ha una storia più lunga e stratificata. Già tra gli anni Sessanta e Settanta si sviluppa un repertorio definito “musica alternativa di destra”, con testi nazionalisti e anticomunisti e sonorità folk-rock. I Campi Hobbit rappresentano uno dei primi momenti in cui musica, identità e socialità politica si fondono in raduni comunitari, creando simboli condivisi e una memoria collettiva destinata a durare nel tempo.
Negli anni Ottanta emergono sottoculture giovanili legate all’Oi! e al punk, in cui una parte della scena skinhead viene contaminata da simboli e linguaggi di estrema destra. Attraverso connessioni europee si diffondono reti come Blood & Honour, nate in Inghilterra e capaci di influenzare anche l’underground italiano. La musica diventa un codice di riconoscimento, un linguaggio condiviso che supera le barriere linguistiche e nazionali.
Gli anni Novanta segnano la strutturazione di un vero circuito italiano di Rock Against Communism e di rock identitario. In questo periodo compaiono band con testi brevi, sloganici, facilmente memorizzabili, e altre che puntano su una narrazione mitologica e memoriale. Figure come Massimo Morsello contribuiscono a consolidare repertori comuni, mentre gruppi come ZetaZeroAlfa cercano una visibilità più ampia pur restando saldamente nell’area identitaria. Il pubblico non è solo musicale: è militante, politicamente coinvolto.
Nei Duemila il panorama si frammenta ulteriormente. Accanto a formazioni più interne alle reti radicali emergono fenomeni che entrano nel dibattito pubblico, anche grazie a inchieste giornalistiche e documentari come Nazirock, che mostra come la musica venga usata per aggregare, reclutare e normalizzare simboli estremisti. I concerti diventano spazi di socialità politica, raccolta fondi e rafforzamento identitario.
Un esempio concreto di questa continuità è rappresentato dai raduni nazirock organizzati in Italia negli ultimi anni, in particolare nell’area veronese. Eventi annunciati all’ultimo momento, accesso selezionato, uso di canali chiusi e un forte controllo sugli ingressi. In questi contesti la musica non è mai fine a sé stessa: è inserita in un rituale più ampio fatto di commemorazioni, simboli, discorsi e relazioni internazionali. Gruppi e militanti provenienti da diversi paesi europei si incontrano, rafforzando reti già esistenti.
In questi ambienti si parla raramente di “concerti”. Si preferiscono espressioni come serata, incontro culturale o festività identitaria. La musica è solo una parte di un’esperienza più ampia, che comprende socialità politica, appartenenza e riconoscimento reciproco. L’uso di testi allusivi, simbolici e stratificati permette di comunicare su più livelli: chi è dentro capisce subito, chi è fuori tende a minimizzare o a non cogliere il messaggio.
Il filo che lega il nazismo storico, i Campi Hobbit, il rock identitario e il nazirock contemporaneo non è lo stile musicale, ma la funzione della musica. In tutti questi casi, la canzone semplifica il mondo, indica un nemico, offre un senso di appartenenza. Dove c’è complessità, propone una risposta facile. Dove c’è frustrazione, individua un colpevole. Dove c’è solitudine, promette comunità.
La musica non è mai neutra. Può unire, liberare, dare voce. Ma può anche manipolare, normalizzare l’odio e rendere familiari simboli che, in altri contesti, apparirebbero inaccettabili. Liquidare questi fenomeni come folklore estremo o semplice provocazione significa sottovalutarne la forza culturale. La storia insegna che quando la musica smette di fare domande e inizia a offrire risposte semplici a problemi complessi, non sta più raccontando la realtà: la sta deformando. E, quasi sempre, il conto arriva dopo.