A Capannori, sabato scorso (3 ottobre), si è alzato
il sipario della seconda edizione del FolkStudio Festival 2026 con il
concerto Briganti del presente del cantautore napoletano Eugenio Bennato e la band Taranta Power
ed è stato subito un successo facendo registrare il tutto esaurito. Un
sold out in cui la platea ha reagito prima ascoltando la musica, la voce
e il ritmo impresso dagli artisti e poi cantando con lui le canzoni più
note, applaudendo a lungo ogni pezzo ed infine anche ballato proprio
sotto il palco seguendo le vibrazioni della musica taranta.
L’esibizione di Eugenio Bennato
(quasi ottantenne e di oltre 60 anni di attività, ma ancora con una
vitalità vocale e verve musicale eccezionale e soprattutto voglia di
andare avanti) accompagnata dal gruppo musicale (costituito da Ezio Lambiase chitarre, Mujura basso, Sonia Totaro voce, danza e Walter Vivarelli
batteria, percussioni), è stata un cammino della sua carriera, quasi
due ore di ininterrotta performance cantando e suonando pezzi del suo
vastissimo repertorio. Oltre a brani anche poco conosciuti ma ugualmente
trascinanti ha deliziato gli intervenuti anche con quelli più affermati
sia della musica popolare del sud che della taranta riscoperta in molte
regioni d’Italia, passando da Sponda Sud a a Che il Mediterraneo sia, poi le ballate del brigantinaggio come Brigante se more e Ninco Nanco (inerente la storia della “questione meridionale”) e ancora con un omaggio al grande Domenico Modugno cantando Malarazza e la canzone Mongiana
parlando della cittadina di Vibo Valentia o meglio del paesino di
Mongiana ricordando che è stata sede, 150 anni fa, della più grande
industria italiana dell’acciaio e ghisa oggi ospita il museo di
archeologia industriale e siderurgica calabrese e per la musica taranta Riturnella e Taranta power.
E proprio restando in quest’ultimo tema sul finire dello spettacolo
Eugenio Bennato ha chiamato sotto il palco un gruppo di ragazze che si
sono esibite ballando nel vorticoso e frenetico ritmo della taranta e a
cui si sono unite anche altre persone del pubblico. Decretando così un
vero successo della serata e anche del progetto del Folk Studio Festival
come si evince anche dalle parole del direttore artistico Simone Martini che ha risposto a diverse domande di questa edizione.
Il Folk Studio Festival 2026 è dunque partito con il piede giusto?
S.M. Un'apertura che ci emoziona e che ci ripaga
del lavoro fatto in questi mesi. Abbiamo scelto di costruire un Festival
con una propria identità, fatto di musica, qualità e territorio.
Ieri sera abbiamo avuto la conferma che la strada è quella giusta. Eugenio Bennato con Briganti del presente
e la sua formazione legata a Taranta Power ha portato sul nostro
palcoscenico i ritmi e l'energia della musica popolare dopo la sua lunga
esperienza internazionale. È un rito antico e collettivo che mette
insieme danza, tradizione, credenze, misticismo e ascolto. Un evento
culturale di grande forza. Basti pensare alla capacità che ha avuto la
musica della taranta di coinvolgere intere comunità e generazioni, per
capire quanto ancora oggi il pubblico abbia bisogno di territorio e di
cultura popolare. Per tutto ciò desidero ringraziare Eugenio Bennato che
oltre ad aver commentato positivamente la serata, si è detto anche,
all’unisono con i Taranta Power, impressionato sia per l’accoglienza che
per il calore mostrato dal nostro pubblico. Inoltre un grazie anche ed
in particolare al Comune di Capannori presente con l’assessora alla
cultura Claudia Berti per il patrocinio, ad Andrea Brunini del Look My Art che coopera con noi, Roberto Franchi
coordinatore dell'Associazione per Lammari Aps promotrice dell’evento, a
tutti i volontari che rendono possibile FolkStudio con un lavoro spesso
silenzioso ma fondamentale e infine a tutte le persone che hanno
riempito Artè.
Simone Martini, il tuo percorso professionale parte dal
teatro e attraversa negli anni la produzione, il management e la
direzione artistica. Hai lavorato in importanti festival e teatri,
occupandoti di artisti, spettacoli e programmazione. Cosa ti ha portato
oggi a creare il FolkStudio Festival?
S.M. Nasce dalla sensazione di un vuoto lasciato
dai locali della Lucchesia dove si faceva buona musica, ormai quasi
completamente estinti, e dai piccoli palchi che oggi si esprimono quasi
esclusivamente nella stagione estiva o in occasione di feste popolari,
dove spesso si fa più evasione che musica. Questa funzione oggi è svolta
anche dai grandi eventi, come il Summer Festival, che portano artisti
internazionali, star mondiali. Li vedo un po' come alieni: arrivano,
fanno il loro spettacolo e ripartono, lasciando poco sui nostri
territori. Mi ricorda l'avvento dei supermercati, che fecero sparire
tante piccole botteghe. Oggi, per fortuna, le botteghe stanno tornando,
perché le persone hanno capito che nei prodotti locali, nella qualità e
nel rapporto con chi li produce c'è una ricchezza. Ecco, il FolkStudio
Festival vuole essere una piccola bottega di grandi prodotti.
Da questo piccolo palcoscenico volete sfidare le major?
S.M. Perché no? In fondo le rivoluzioni sono sempre
partite da cantine, da piccoli gruppi di persone che hanno cominciato a
farsi delle domande scomode. Ecco, non cercheremo delle risposte, ma
faremo di tutto per cominciare a farci le domande giuste.
Che importanza ha il territorio per voi?
S.M. Direi che è tutto. Vogliamo regalare un
palcoscenico “off”, fuori dalle logiche commerciali e dalla
massificazione culturale, alle nostre terre. Una casa per gli artisti e
per il pubblico, dove riconoscersi in un'identità comune. Avremo infatti
il 10 ottobre alle ore 17 Ascolto Condiviso, un piccolo ma
importante momento del Festival, dove chiediamo al pubblico di portare
una propria traccia insieme a un ricordo che la lega a quell'ascolto e
di condividerlo con gli altri spettatori. Una giornata dedicata
all'ascolto e alla musica dal vivo condotta da Giovanni Nocera. Mentre alle ore 21 porteremo in scena tre artisti del territorio: Diego Cassettari, Chriaama e Gramigna sui muri, tre realtà diverse dei territori che presenteranno i propri inediti. E lo stesso faremo il 24 ottobre con Beata la Noia, Marchini e Andrea Brunini. Ecco, più degli artisti di nome, il cuore del Festival sta proprio in questi artisti.
Ci sarà anche un altro nome importante come Alberto Bertoli,
i successi dell'indimenticato Pierangelo saranno portati in concerto
dal figlio Alberto?
S.M. Non direi che è solo questo. Alberto Bertoli
porterà il patrimonio musicale del padre, ma non come una
retrospettiva. Lo porterà dentro una propria proposta, una propria idea
di musica d'autore, che ancora crede nella forza e nella capacità della
musica di interrogare e, perché no, di essere anche rivoluzionaria. Nel
pomeriggio sarà anche uno dei protagonisti del convegno: Chi decide il futuro della musica?.
Sì. Abbiamo voluto fortemente questo appuntamento di discussione sul
mondo della musica, della produzione e della distribuzione. Condurrà Igor Santini, che accompagnerà Bertoli anche nel concerto serale. Con loro ci saranno Marco Bachi e Igor Vazzaz.
Ma forse la cosa più interessante sarà proprio la platea, con persone
che vivono la musica professionalmente e appassionati che potranno dare
vita a una discussione sul futuro della musica. Oggi la musica è sempre
più oggetto di mercificazione e una parte importante delle nostre scelte
passa attraverso le piattaforme e i loro algoritmi. Rischiamo di non
scegliere più soltanto ciò che vogliamo ascoltare, ma di farci suggerire
continuamente cosa ascoltare. E così l'artista e l'ascoltatore
rischiano di diventare ingranaggi di un meccanismo sul quale hanno
sempre meno controllo. Per questo abbiamo voluto aprire con una domanda.
Non per avere già una risposta, ma per capire insieme quale strada può
prendere la musica sul territorio.
Chiuderete il Festival con un omaggio a Guccini. È una scelta nostalgica?
S.M. Affatto. Senza memoria non c'è futuro. Guccini
è vivo con la sua musica e con i suoi testi, che ancora oggi ci
interrogano sulla natura della nostra società. Non penso ci sia
argomento di maggiore attualità. Proporremo il film-concerto Fra la via
Emilia e il West e una discussione con il pubblico insieme a Beppe Dati e Marco Fontana,
autori e amici di molti brani e collaboratori di Guccini. Non vogliamo
semplicemente celebrare il passato. Quelle canzoni e quelle parole
continuino a parlarci oggi.
Un percorso ricco. Cosa vuoi che rimanga di questa seconda edizione del FolkStudio Festival?
S .M. Una piccola ma grande consapevolezza. Che la
musica, in fondo, è un pretesto per esprimere le parole che non sappiamo
dire. Per incontrarci, per confrontarci, per riconoscerci. E magari per
provare a costruire una società dove sia più degno vivere.
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