Carburanti, quale strada per uscire dalla crisi?

Benzina e gasolio hanno ormai superato una soglia che fino a poco tempo fa sembrava difficile da immaginare. Il prezzo medio nazionale ha raggiunto livelli superiori ai 2 euro al litro, con il diesel ancora più caro. Numeri che non riguardano soltanto chi deve fare il pieno per andare in vacanza: quando il carburante aumenta, prima o poi il conto arriva anche sui trasporti, sui prodotti nei supermercati e sui servizi. Il governo ha scelto, per il momento, la strada più immediata: intervenire sulle accise. Lo sconto sul gasolio è stato prorogato e resterà in vigore fino al 5 settembre, con una riduzione di 17 centesimi al litro. È una misura che produce un effetto concreto. Non è corretto dire che non serva a nulla: per un automobilista che acquista 50 litri di gasolio, significa risparmiare circa 8,50 euro rispetto al prezzo che avrebbe pagato senza la riduzione. Il problema è che una misura di questo tipo non può essere utilizzata indefinitamente. Ogni centesimo di accisa a cui lo Stato rinuncia rappresenta infatti una minore entrata per le casse pubbliche. Se i prezzi internazionali dell'energia rimangono elevati per mesi, mantenere artificialmente più basso il prezzo alla pompa diventa sempre più costoso. Per questo il governo sta valutando di passare, dopo il 5 settembre, da uno sconto generalizzato a interventi più selettivi basati sul reddito. L'obiettivo sarebbe concentrare le risorse sulle famiglie maggiormente esposte, sul ceto medio e sulle imprese, invece di distribuire lo stesso beneficio a tutti gli automobilisti. È un cambio di impostazione comprensibile sul piano della spesa pubblica, ma presenta una difficoltà. Chi utilizza l'automobile ogni giorno per lavorare può avere un reddito non particolarmente basso e trovarsi comunque con una spesa enorme per il carburante. Un pendolare che percorre decine di chilometri ogni giorno non può semplicemente decidere di non fare rifornimento. Ed è proprio qui che si inserisce la proposta dell'opposizione. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle chiedono di intervenire sugli extraprofitti delle società energetiche, utilizzando le risorse ottenute per sostenere famiglie e imprese. L'idea è semplice: se alcune aziende realizzano guadagni eccezionali durante una fase di forte aumento dei prezzi dell'energia, una parte di quei profitti straordinari potrebbe essere restituita alla collettività attraverso un prelievo temporaneo. La questione, però, va affrontata con attenzione. Tassare gli extraprofitti può essere una soluzione interessante, ma soltanto se si stabilisce con precisione cosa sia un vero extraprofittto. Non sarebbe corretto prendere semplicemente gli utili di un'azienda e considerarli automaticamente eccessivi. Bisognerebbe individuare la parte di profitto eccezionale, cioè quella maturata oltre livelli considerati normali rispetto agli anni precedenti o rispetto a determinati parametri del settore. C'è inoltre un aspetto politico importante. Anche il governo italiano ha sostenuto, insieme ad altri Paesi europei, l'idea di affrontare a livello comunitario la questione degli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Ma l'Europa non è l'unico livello sul quale si può intervenire. Gli Stati membri hanno margini per adottare proprie misure fiscali, naturalmente nel rispetto delle regole europee. Il governo, tuttavia, ha finora mostrato cautela. Una parte della maggioranza preferisce evitare una nuova tassa sugli extraprofitti e punta sul confronto con le imprese. Altri esponenti della maggioranza hanno invece mostrato maggiore apertura verso un intervento sulle società energetiche. Ed è proprio qui che emerge il vero problema: nessuna delle soluzioni è completamente indolore. Finanziare un caro carburanti prolungato facendo nuovo debito può essere utile durante un'emergenza eccezionale, ma non può diventare il meccanismo ordinario con cui lo Stato mantiene basso il prezzo della benzina. Se il petrolio resta caro per molti mesi, il debito accumulato oggi deve essere pagato domani. C'è poi una quarta possibilità, meno spettacolare dal punto di vista politico ma probabilmente molto importante: intervenire sulla filiera. Il prezzo che vediamo al distributore non nasce soltanto dalle accise. Ci sono il costo della materia prima, la raffinazione, la logistica, i margini della distribuzione e la fiscalità. Per questo, accanto agli interventi fiscali, servirebbero controlli puntuali per capire dove e perché gli aumenti vengono trasferiti lungo la filiera. Una strategia seria dovrebbe quindi evitare la contrapposizione semplicistica tra governo e opposizione. Non è necessario scegliere necessariamente tra tagliare le accise e tassare gli extraprofitti. Si possono utilizzare entrambi gli strumenti, ma con una logica precisa. Durante la fase più acuta della crisi, avrebbe senso mantenere una riduzione temporanea delle accise per evitare un'impennata immediata dei prezzi. Contemporaneamente si potrebbe introdurre un prelievo temporaneo sugli extraprofitti realmente straordinari delle grandi società energetiche, destinando quelle risorse esclusivamente a compensare il caro energia. Una parte dei fondi potrebbe finanziare un bonus carburante per le famiglie con redditi più bassi. Un'altra potrebbe essere destinata ai lavoratori pendolari e all'autotrasporto, che subiscono direttamente l'aumento del diesel. Una quota potrebbe inoltre sostenere le piccole imprese particolarmente dipendenti dai trasporti. In questo modo lo Stato non si limiterebbe a togliere tasse ai carburanti per tutti, ma utilizzerebbe le risorse disponibili dove producono il maggiore beneficio sociale. Esiste poi un'idea ancora più interessante: rendere le accise realmente mobili in modo automatico. Quando il prezzo internazionale del petrolio supera determinate soglie, l'imposta potrebbe diminuire temporaneamente; quando il prezzo torna normale, potrebbe risalire. Un meccanismo di questo genere eviterebbe di dover approvare un nuovo provvedimento ogni poche settimane. Il punto fondamentale è che non si può risolvere una crisi energetica semplicemente spostando il conto da una tasca all'altra. Se lo Stato riduce le accise, rinuncia a entrate. Se tassa gli extraprofitti, deve farlo senza scoraggiare gli investimenti o creare contenziosi. Se aumenta il deficit, trasferisce una parte del costo sulle generazioni future. Per questo la soluzione più equilibrata sarebbe probabilmente una combinazione delle diverse strategie: accise mobili durante gli shock più forti, sostegni mirati alle famiglie e ai lavoratori più esposti, un prelievo temporaneo e ben definito sugli extraprofitti realmente straordinari e controlli più severi sulla formazione dei prezzi lungo la filiera. E soprattutto servirebbe una distinzione tra emergenza e politica energetica. Lo sconto sul gasolio può aiutare oggi, ma non rende l'Italia meno dipendente dal petrolio domani. Il vero obiettivo dovrebbe essere ridurre progressivamente la vulnerabilità del Paese alle oscillazioni del mercato internazionale, attraverso rinnovabili, efficienza energetica, trasporto pubblico e alternative reali all'automobile quando queste sono concretamente disponibili. Perché il problema non è soltanto quanto costa un litro di benzina. Il problema è che ogni volta che il petrolio internazionale sale, l'Italia ricomincia a discutere di come trovare qualche centesimo per abbassare il prezzo alla pompa. Una politica energetica efficace dovrebbe fare in modo che, la prossima volta, quel prezzo abbia un peso molto minore sull'economia e sulle famiglie. 

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