Per anni la cannabis è stata descritta come una sostanza relativamente innocua, soprattutto se confrontata con droghe considerate più pericolose. La ricerca scientifica ha però delineato un quadro molto più complesso. Gli effetti dipendono dall'età, dalla frequenza del consumo, dalla quantità di THC, dalla potenza dei prodotti e dalla vulnerabilità individuale.
Il problema è particolarmente importante durante l'adolescenza e la prima età adulta, quando il cervello attraversa una fase di intensa maturazione. Il sistema endocannabinoide partecipa a numerosi processi dello sviluppo cerebrale e i recettori sui quali agisce il THC sono presenti in aree coinvolte nella memoria, nelle emozioni, nella motivazione e nelle funzioni esecutive.
La ricerca neuroscientifica ha evidenziato associazioni tra consumo di cannabis durante l'adolescenza e modificazioni strutturali e funzionali del cervello, comprese alterazioni di regioni prefrontali, dell'ippocampo e dell'amigdala. Queste aree svolgono un ruolo importante nella memoria, nella regolazione emotiva, nell'apprendimento e nel controllo dei comportamenti. Gli studi di neuroimaging hanno inoltre osservato modificazioni della perfusione cerebrale in alcuni consumatori, soprattutto in presenza di un'esposizione frequente e di prodotti ad alta concentrazione di THC.
Sul piano cognitivo, gli effetti più frequentemente descritti riguardano memoria, attenzione e alcune funzioni esecutive. Una meta-analisi longitudinale condotta su migliaia di giovani ha trovato un'associazione tra consumo frequente o dipendente durante la giovinezza e una modesta riduzione del quoziente intellettivo. Il dato non significa che ogni consumatore perda capacità intellettive né permette di stabilire con certezza un danno permanente nel singolo individuo, ma rappresenta un elemento di attenzione soprattutto quando il consumo comincia precocemente e prosegue nel tempo.
La potenza della cannabis è un altro fattore fondamentale. I prodotti oggi disponibili possono contenere concentrazioni di THC molto superiori rispetto alla cannabis tradizionale. Per questo parlare semplicemente di “una canna” non permette di stabilire quale quantità di principio psicoattivo sia stata realmente assunta. Un prodotto ad alta potenza può provocare effetti psichici molto più intensi e aumentare il rischio di reazioni avverse e di consumo problematico.
Sul fronte psichiatrico, il rapporto tra cannabis e psicosi è uno degli aspetti più studiati. Il THC può provocare ansia, paranoia, alterazioni della percezione e sintomi psicotici, soprattutto quando l'esposizione è elevata. In alcune persone questi fenomeni possono essere transitori e legati all'intossicazione; nei soggetti vulnerabili, invece, il consumo può contribuire all'emergere o all'aggravamento di un disturbo psicotico.
La relazione con la schizofrenia è particolarmente importante. La letteratura scientifica ha documentato un'associazione tra consumo di cannabis e maggiore rischio di disturbi psicotici, con un rapporto influenzato dalla frequenza d'uso, dall'età di inizio, dalla potenza del THC e dalla predisposizione individuale. Nei consumatori più frequenti e nei soggetti che utilizzano prodotti ad alta concentrazione di THC il rischio risulta maggiore.
Questo non significa che cannabis e schizofrenia siano sinonimi. La schizofrenia è un disturbo complesso nel quale intervengono fattori genetici, neurobiologici, ambientali e individuali. La cannabis può rappresentare un importante fattore di rischio e, in determinate persone predisposte, può contribuire ad anticipare l'esordio della psicosi o peggiorarne il decorso.
La letteratura psichiatrica aveva già evidenziato questo rapporto molti anni fa. Studi clinici avevano osservato nei pazienti con schizofrenia che utilizzavano cannabis una maggiore frequenza di esordio precoce, ricadute e ricoveri. Un lavoro pubblicato sul Journal of Psychopathology aveva inoltre rilevato una significativa presenza di consumo di cannabis tra pazienti con schizofrenia e aveva discusso il rapporto tra uso della sostanza, esordio della malattia, decorso e sintomatologia.
La direzione del rapporto, tuttavia, non è sempre semplice da stabilire. Alcune persone potrebbero sviluppare una vulnerabilità psicotica dopo l'esposizione alla cannabis, mentre altre potrebbero iniziare a utilizzare la sostanza nel tentativo di attenuare sintomi psichici già presenti ma non ancora diagnosticati. Per questo la ricerca parla soprattutto di associazione e di fattore di rischio, evitando di ridurre tutto a un rapporto causale unico.
Il rischio appare particolarmente importante negli adolescenti e nei giovani adulti. Il cervello in questa fase è ancora in sviluppo e l'esposizione ripetuta al THC può interferire con processi neurobiologici delicati. Le evidenze disponibili indicano una maggiore probabilità di esperienze psicotiche nei giovani consumatori e un'associazione con l'insorgenza più precoce di disturbi psicotici nelle persone vulnerabili.
Nei soggetti che hanno già sviluppato una psicosi, continuare a consumare cannabis rappresenta un ulteriore elemento di rischio. Il consumo è stato associato a un decorso clinico meno favorevole, a una maggiore probabilità di ricadute e di ricovero e a una maggiore difficoltà nel mantenere la stabilità clinica.
Il disturbo da uso di cannabis costituisce un'altra conseguenza importante. Non coincide con il semplice fatto di consumare cannabis, ma si manifesta quando l'assunzione diventa difficile da controllare e continua nonostante le conseguenze negative. Possono comparire craving, perdita di controllo, tolleranza e sintomi di astinenza. Il rischio aumenta soprattutto quando il consumo inizia precocemente e diventa quotidiano o quasi quotidiano.
La dipendenza non riguarda soltanto i giovani. L'aumento dei consumi ha interessato anche gli adulti e le fasce di età superiori ai 50 anni. Di conseguenza, il disturbo da uso di cannabis viene osservato anche in persone mature e anziane. L'idea che il consumo problematico sia esclusivamente un fenomeno adolescenziale non corrisponde quindi alla realtà.
Tra le complicanze fisiche esiste inoltre la sindrome da iperemesi cannabinoide. Si tratta di una condizione caratterizzata da episodi ricorrenti di nausea, vomito intenso e dolore addominale, descritta soprattutto nei consumatori abituali e prolungati. Nei casi più gravi il vomito può provocare disidratazione, alterazioni degli elettroliti e necessità di trattamento ospedaliero.
Il termine “scromiting”, nato dall'unione delle parole inglesi screaming e vomiting, è stato utilizzato dai media per descrivere gli episodi nei quali il vomito è accompagnato da grida e forte sofferenza. Il termine può essere discutibile sul piano giornalistico, ma la sindrome da iperemesi cannabinoide è una condizione clinica reale e riconosciuta.
A questo quadro neurologico e psichiatrico si aggiunge quello cardiovascolare. Una grande analisi comprendente oltre 100 milioni di persone ha esaminato il rapporto tra diverse droghe e rischio di ictus. Le associazioni più forti sono state osservate per anfetamine e cocaina, mentre per la cannabis è stato stimato un aumento relativo del rischio di ictus di circa il 37%.
Il dato deve essere interpretato correttamente. Un aumento relativo del 37% non significa che il 37% dei consumatori avrà un ictus. Inoltre, gran parte delle evidenze disponibili deriva da studi osservazionali e può essere influenzata da altri fattori, tra cui fumo di tabacco, ipertensione, uso contemporaneo di altre droghe e condizioni cardiovascolari preesistenti.
La cannabis non può quindi essere collocata sullo stesso livello di cocaina e anfetamine per quanto riguarda il rischio cerebrovascolare: le associazioni osservate per queste sostanze sono decisamente più forti. Il dato relativo alla cannabis, tuttavia, rappresenta comunque un elemento di attenzione.
Una ricerca condotta in Uruguay ha aggiunto un ulteriore tassello. Nei consumatori cronici sono state osservate alterazioni in alcune funzioni cognitive e modificazioni del flusso sanguigno in determinate regioni cerebrali, con risultati più evidenti nei consumatori di prodotti ad alta potenza.
Anche questi risultati devono essere interpretati nel loro contesto. Un'alterazione del flusso sanguigno cerebrale o di una funzione cognitiva non equivale automaticamente a una lesione permanente. Gli studi di neuroimaging mostrano associazioni interessanti e preoccupanti, ma devono essere integrati con studi longitudinali e con la valutazione di tutti i fattori che possono influenzare lo sviluppo cerebrale.
Il termine “neurotossicità” deve quindi essere utilizzato con attenzione. Esistono evidenze biologiche, cognitive e di neuroimaging che indicano possibili effetti negativi dell'esposizione al THC, soprattutto durante lo sviluppo cerebrale. Allo stesso tempo, la ricerca non permette di affermare che ogni alterazione osservata sia irreversibile o che ogni consumatore sviluppi un danno strutturale permanente.
È proprio questa distinzione che permette di mantenere il discorso scientificamente corretto senza minimizzare il problema. La ricerca non dimostra che ogni persona che consuma cannabis svilupperà una malattia psichiatrica o un danno cerebrale permanente. Dimostra però che determinati modelli di consumo sono associati a rischi significativamente maggiori, soprattutto quando l'esposizione è precoce, frequente e caratterizzata da prodotti ad alta concentrazione di THC.
La vulnerabilità individuale può fare una differenza enorme. Una persona con una storia personale di sintomi psicotici, una familiarità per disturbi psicotici o altri fattori di predisposizione può avere un profilo di rischio molto diverso rispetto a una persona senza questi elementi. In queste situazioni il consumo di THC merita particolare cautela.
Quando compaiono allucinazioni, deliri, paranoia intensa, comportamento gravemente disorganizzato o perdita del contatto con la realtà, il fenomeno non dovrebbe essere banalizzato come un semplice “effetto collaterale” dello sballo. Può trattarsi di un episodio psicotico associato alla sostanza oppure dell'esordio o dell'aggravamento di un disturbo psicotico. In presenza di sintomi importanti o persistenti è necessaria una valutazione sanitaria tempestiva.
Il quadro complessivo è quindi molto più articolato degli slogan utilizzati nel dibattito pubblico. La cannabis ha effetti farmacologici sul cervello e sul sistema cardiovascolare e questi effetti diventano particolarmente rilevanti quando il consumo è precoce, frequente o caratterizzato da elevate concentrazioni di THC.
Le evidenze disponibili documentano associazioni con alterazioni cognitive e neurobiologiche, un aumento del rischio di esperienze psicotiche e di disturbi psicotici nelle persone vulnerabili, la possibilità di sviluppare un disturbo da uso di cannabis, la sindrome da iperemesi cannabinoide e un'associazione con il rischio cerebrovascolare.
La legalizzazione o la regolamentazione della cannabis non modificano la sua attività biologica. Un prodotto può essere legale, controllato nella produzione e nella vendita e continuare a contenere una sostanza psicoattiva capace di produrre effetti sul sistema nervoso. Legalità e innocuità sono concetti diversi.
La conclusione più corretta è quindi che il rischio esiste ed è fortemente condizionato dalle modalità di esposizione. Quanto più precoce, frequente e potente è il consumo di THC, tanto maggiore diventa la necessità di considerare attentamente gli effetti sul cervello in sviluppo, sulla salute mentale, sulla dipendenza e, secondo le evidenze disponibili, anche sul sistema cerebrovascolare.
Comitato Studi - Sanità
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