Movimento Sociale : Il governo va sotto sulle preferenze
Il governo va sotto sulle preferenze, grazie ai voti degli “anonimi onorevoli”; si dimetta!
Ieri il governo Meloni è andato in minoranza sulla legge elettorale. L’emendamento che introduceva le preferenze che avrebbe restituito agli elettori il diritto di scegliere chi mandare a rappresentarli in Parlamento, è stato bocciato. Lo hanno affossato insieme la sinistra e una parte della stessa maggioranza.
Un governo che va sotto su una legge elettorale che sta promuovendo non ha più la fiducia del Parlamento e le conclusioni logiche e istituzionali di questo fatto si chiamano dimissioni.
Ma provo ad andare oltre la semplice cronaca parlamentare di ieri e dire quello che penso davvero senza diplomazie e senza riguardi per nessuno.
Vorrei invitare (ma so già che sarebbe un invito vano) chi ha votato contro le preferenze ieri a dichiararsi ed a mettere la faccia. Costoro dicano agli italiani che lo mantengono con lo stipendio pubblico, con i rimborsi, con i vitalizi che hanno votato contro il diritto diritto costituzionale e garantito di sceglierlo perché il proprio segretario di partito glielo ha ordinato. Perché senza la lista bloccata non sarebbero mai rieletti in quanto la loro sopravvivenza politica dipende dal segretario del partito e non dagli elettori. Che abbiano almeno questa onestà.
Perché è esattamente questo che è successo ieri. Non una scelta politica ma un atto di obbedienza feudale verso i padroni di partito. Quegli stessi padroni che compilano le liste, decidono chi sta in posizione eleggibile e chi no, chi viene premiato con un ministero e chi viene punito con un collegio impossibile. Quegli stessi padroni di partito che spesso non rispondono nemmeno agli elettori italiani, ma a interlocutori che stanno oltre confine e oltre oceano.
Parliamo di Forza Italia, il partito del PPE, quello che risponde prima a Bruxelles che a Roma; fratelli d’Italia, il partito che si dichiara sovranista ma che poi obbedisce a Washington su basi, armi e NATO; il Partito Democratico, che risponde alle fondazioni americane, ai think tank atlantisti, alle logiche di un internazionalismo liberale e delle politiche woke che non hanno nulla a che fare con gli interessi degli italiani; la Lega, che ha costruito la sua fortuna sul “prima gli italiani” e poi governa con chi mette prima gli americani, i tedeschi, i banchieri di Francoforte; il Movimento 5 Stelle, nato per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e finito a sostenere Draghi, le armi all’Ucraina e ogni politica che ha impoverito gli italiani; alleanza Verdi Sinistra che si dice alternativa e poi vota come il PD su tutto ciò che conta.
Sette partiti. Sette liste bloccate. Sette segretari che decidono chi entra in Parlamento e chi no. Sette sistemi di fedeltà verticale in cui il parlamentare risponde al capo, non all’elettore.
Una volta, quando esistevano i partiti veri, non era cosi. In quei partiti veri, con congressi veri e con correnti vere l’elettore sceglieva il proprio deputato con la preferenza. Il deputato doveva guadagnarsi il voto sul territorio, porta a porta, faccia a faccia. Il segretario di partito veniva scelto dai delegati congressuali, non imposto dall’alto o nominato da cerchie ristrette. I congressi erano luoghi di confronto autentico, spesso brutale, spesso difficile ma reale. Democrazia interna vera, non simulata.
Oggi i partiti sono aziende personali. Il segretario è l’azionista di maggioranza. I parlamentari sono dipendenti assunti con contratto a tempo determinato rinnovabile solo se obbedienti. E gli elettori? Gli elettori votano il simbolo e si prendono la lista che il capo ha deciso. Prendere o lasciare.
Ieri il Parlamento ha votato per tenere questo sistema, contro le preferenze e contro il diritto degli italiani di scegliere.
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