Il punto cruciale
IL PUNTO CRUCIALE
Un parallelo storico sorgerebbe spontaneo: nel 1945 agli americani bastarono due bombe atomiche per piegare il Giappone e chiudere la partita. Oggi la Russia si ritrova impantanata in un tritacarne che le costa qualcosa come 35.000 uomini al mese, con le raffinerie che saltano in aria una dopo l’altra, costretta persino a fare i conti con lo spettro di dover importare carburante, con i cieli civili chiusi e un’intera popolazione tenuta sotto una campana di vetro digitale per non farle vedere il baratro. In un quadro del genere, con un arsenale di migliaia di testate nucleari a disposizione, l'idea di dare una spallata definitiva, magari cancellando Kiev o i centri del potere di Zelensky per ribaltare il tavolo e salvare la faccia, sembra la via d'uscita logica per un leader che non può permettersi di perdere.
Ma la realtà è che il mondo del 2026 non ha nulla a che fare con quello del 1945, e quella che a prima vista sembra una scorciatoia militare è, nei fatti, un vicolo cieco suicida.
Quando Truman decise di colpire Hiroshima e Nagasaki, si muoveva in un vuoto assoluto: gli Stati Uniti avevano il monopolio totale dell'atomica e il Giappone non aveva alcuna possibilità di rispondere con la stessa moneta. Oggi, premere quel pulsante significa far saltare in aria il principio della Distruzione Mutua Assicurata che ha tenuto in piedi il pianeta per ottant'anni. E l'idea che l'Ucraina non sia nella NATO, e che quindi l'Occidente rimarrebbe paralizzato dal terrore di un'escalation limitandosi a qualche protesta formale, è il calcolo più pericoloso che si possa fare.
I vertici militari occidentali lo hanno ripetuto chiaramente nei loro corridoi: l'uso dell'atomica nel XXI secolo non sarebbe considerato una semplice "fase avanzata" della guerra, ma l'abbattimento dell'ultimo tabù globale. Se l'Occidente assistesse immobile all'annientamento nucleare di un paese alleato, l'intera architettura della sicurezza mondiale svanirebbe in un secondo, dimostrando che chiunque abbia la bomba può cancellare i propri vicini impunemente. La risposta non sarebbe necessariamente un contrattacco nucleare immediato, ma una reazione convenzionale di una violenza inaudita: la flotta russa del Mar Nero verrebbe colata a picco in poche ore e le forze di Mosca in Ucraina verrebbero spazzate via dalla superiorità aerea della NATO. A quel punto, la Russia si troverebbe di fronte al vero dilemma finale: accettare la sconfitta militare o lanciare i missili strategici contro l'Europa e l'America, firmando la propria cancellazione geografica dalla mappa del mondo.
Anche lo scenario di un attacco "chirurgico" e distante per evitare le radiazioni sul proprio suolo si scontra con la dura realtà della fisica. Kiev dista una manciata di chilometri dal confine con la Bielorussia e pochissimi dalla Russia stessa. I venti dell'Est Europa non guardano le mappe politiche, e il fallout radioattivo finirebbe inevitabilmente per piovere sulle città e sui campi russi. Ma il vero blocco non è solo militare, è geopolitico ed economico. Finora, giganti come la Cina e l'India hanno mantenuto i canali aperti con Mosca, acquistando petrolio e garantendo ossigeno economico, perché il conflitto è rimasto nei binari di una guerra tradizionale. Pechino, tuttavia, ha tracciato una linea rossa invalicabile sull'arma nucleare. Se la Russia la usasse, la Cina si troverebbe davanti a un bivio: subire sanzioni secondarie devastanti dall'Occidente, che distruggerebbero la sua economia, o tagliare i ponti con Mosca. Per la Cina, un vicino nucleare fuori controllo che rischia di spingere anche Giappone, Corea del Sud e Taiwan a dotarsi di atomiche per difesa è una minaccia vitale. La Russia si ritroverebbe istantaneamente sola, un'isola deserta e radioattiva dal punto di vista economico.
Resta l'interrogativo più cupo: e se Putin, ormai ossessionato dalla conservazione del proprio potere e della propria eredità storica, decidesse davvero di agire secondo la logica del "muoia Sansone con tutti i filistei"? Questa paura è legittima, ma presuppone che il potere sia il capriccio di un uomo solo con un interruttore in mano. Fortunatamente, la macchina nucleare russa è una struttura complessa. Per attivare i codici servono tre chiavi simultanee, e l'ordine deve scendere lungo una catena di generali, colonnelli e ufficiali intermedi nei silos. Uomini che, a differenza di un leader anziano chiuso nella sua bolla e focalizzato sulla storia, vivono nel mondo reale. Hanno figli, case e famiglie che non hanno accesso ai bunker ultra-tecnologici degli Urali riservati ai vertici del Cremlino. Nel momento esatto in cui quell'ordine folle venisse trasmesso, l'élite dei servizi di sicurezza e gli ufficiali sul campo si renderebbero conto che obbedire significa la morte certa dei loro cari. In quel preciso istante, l'istinto di sopravvivenza trasformerebbe l'ordine di lancio nell'incentivo perfetto per un colpo di stato interno.
In fin dei conti, l'enorme arsenale atomico della Russia serve esattamente a uno scopo: garantire che nessuno marci su Mosca per distruggerla. Usarlo per risolvere una crisi di logoramento sul campo ucraino significherebbe invertire questa logica, trasformando lo scudo difensivo nell'innesco della propria fine.
(Da CSIS)
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