Remigrazione, il pericoloso rebranding della deportazione

Remigrazione, il pericoloso rebranding della deportazione che piace all’ultradestra (Lega in testa) Quando in pubblico, sui social, in famiglia o sul lavoro rischiamo di apparire troppo ostili, cosa facciamo, a volte, per camuffare la nostra irruenza? Cerchiamo di rendere più accettabile la forma, senza modificare la sostanza. È un comportamento definibile come passivo-aggressivo; un modo indiretto per esprimere rabbia o odio, mascherando l’aggressività. Ebbene, se nel 2026 volete cercare, a livello politico, un esempio perfetto di “make-up verbale” in perfetto stile passivo-aggressivo, avete appena trovato la parola giusta: remigrazione. Questo termine suona quasi come un banale dettaglio tecnico, roba da ufficio per le risorse umane. Cosa sarà mai? A occhio e croce, potrebbe essere un banale “trasferimento” di qualcuno verso il suo punto di partenza; o una paciosa emigrazione al contrario. Invece dietro quel neologismo - entrato ufficialmente nel Vocabolario Treccani l’anno scorso - si nasconde un bug del sistema liberal-democratico, che mette a rischio i diritti civili europei e le nostre modalità di convivenza sociale. La definizione di remigrazione offerta dalla serissima Treccani non lascia dubbi: «Eufemismo per ritorno forzato di persone immigrate nel loro Paese d’origine». Insomma, non c’entrano eventuali uomini e donne che scelgono volontariamente di “tornare a casa”, semmai c’entra un piano di espulsione su larga scala da attuare in Europa. Come si fa per finire nella lista dei candidati alla deportazione? Basta che il livello di integrazione (concetto quanto mai manipolabile) di un cittadino di origine non comunitaria sia giudicato inadeguato dai suprematisti che si ritengono “bianchi doc”. In altre parole, si tratta di un aggiornamento di pregiudizi e giudizi razzisti (più o meno datati) che speravamo di aver cancellato dal disco fisso della storia; anche perché richiamano alla mente il ventennio novecentesco dominato, a colpi di lager, dal nazifascismo. Un progetto basato su criteri etnico-razziali e “culturali” La cosiddetta remigrazione è dunque un progetto radicale di estrema destra, usato massicciamente in questi termini da un paio anni. Basato su criteri etnico-razziali e “culturali”, minaccia i principi della civiltà giuridica, quelli sanciti a livello internazionale da tanti trattati. Non a caso quella parola manda in visibilio la porzione nazifascistoide d’Europa e la fazione trumpiana statunitense. Per esempio, piace a partiti come Alternative für Deutschland (AfD, sospettato di derive neo-hitleriane) in Germania. In Italia, è gradita ad alcuni piccoli partiti di ultradestra; e soprattutto piace alla Lega, che su questo fronte esibisce entusiasmo e sta preparando un progetto di legge remigrazionista (col consenso del suo leader Matteo Salvini, come scrive Il Foglio). Intanto su questo fronte, nella coalizione del Governo Meloni il partito Fratelli d’Italia si nota per il suo silenzio che sa di assenso; mentre Forza Italia non gradisce ma sonnecchia. Il risultato? Nel 2026 anche in Italia i remigrazionisti stanno diventando sempre più rampanti, senza alcuna remora nell’esibirsi pubblicamente. E guai a chi si indigna. Per esempio, il 2 aprile scorso l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati ha sospeso per 4 o 5 giorni, a seconda dei casi, 32 parlamentari di tre partiti di opposizione. L'imputazione: il 30 gennaio scorso avevano occupato la sala stampa della Camera per bloccare una conferenza sulla remigrazione, organizzata dal deputato leghista Domenico Furgiuele. L’hit-parade dei relatori previsti era di alto livello nel giro degli estremisti: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, l’esponente del gruppo neonazista Veneto Fronte Skinheads Ivan Sogari, l’ex membro di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara, membro del movimento Rete dei Patrioti. Secondo coloro che avevano occupato la sala stampa, non era accettabile che Montecitorio ospitasse neofascisti o neonazisti intenti a promuovere un progetto razzista di espulsione dal nostro Paese. Eppure sull’opportunità della sanzione contro i 32 parlamentari è stato d’accordo anche il Secoloditalia.it (ex quotidiano del partito post-fascista MSI, poi di Alleanza nazionale, oggi vicino a Fratelli d’Italia). Il 2 aprile 2026 ha sfoggiato il suo sarcasmo con questo titolo: Crisi di nervi della Boldrini, sospesa per la sceneggiata contro la remigrazione. Parte la solita lagna sui fascisti. A Laura Boldrini, deputata del PD, viene attribuita una «crisi isterica». Secondo il quotidiano, non si può negare «il diritto a un incontro pubblico in una sede istituzionale su un tema politico (notare la legittimazione, ndr) come la remigrazione». L’entusiasmo dei remigrazionisti non può che aumentare Grazie a questo clima, l’entusiasmo dei remigrazionisti non può che aumentare. Tanto è vero che il prossimo 18 aprile gli estremisti di tutta Europa si troveranno in piazza Duomo a Milano, per il Remigration Summit. Il presidente leghista della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha promesso che sarà con loro nella più importante piazza milanese; la stessa che una settimana dopo, il 25 aprile, ospiterà, come succede dall’immediato Dopoguerra, la manifestazione nazionale dedicata all’Anniversario della Liberazione dal nazifascismo. Il Remigration Summit, organizzato dalla Lega e dall’internazionale europea dei partiti di estrema destra, ovviamente sta creando scompiglio a livello politico. Una contromanifestazione è stata annunciata dall’area antifascista. Mentre già a marzo 2026 il sindacato CGIL aveva rivolto un appello a Fontana: «La partecipazione annunciata del presidente della Regione Lombardia al Remigration Summit [...] rischia di attribuire legittimazione istituzionale a [...] iniziative [...] che alimentano odio, esclusione e discriminazione. [...] La Lombardia ha bisogno di lavoro, diritti, uguaglianza e convivenza. Non di propaganda razzista e suprematista». Contro l’evento si sono schierati associazioni e movimenti di vario genere, inclusi quelli di matrice cattolica (lo ha già fatto nel 2025 la Fondazione Casa della Carità, fondata nel 2002 dall’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini). Cosicché in municipio a Milano è arrivato un ordine del giorno depositato da Elena Buscemi (PD), presidente del Consiglio comunale. La richiesta: dichiarare il Remigration Summit incompatibile con «l’identità civile e democratica» del capoluogo lombardo, tanto più che la città vanta la Medaglia d’oro al Valor militare per il ruolo svolto durante la Resistenza contro il nazifascimo, che «proprio su idee come la remigrazione fondava la mostruosa ideologia che ha portato alle leggi razziali». Viene chiesto al prefetto e al questore di valutare l’opportunità di autorizzare la manifestazione «per la palese violazione dell’articolo 3 della Costituzione», che garantisce a tutti pari dignità. L’ordine del giorno sottolinea che quel progetto prevede anche l’espulsione di stranieri «che hanno ottenuto la cittadinanza o sono nati in Italia, sulla base di criteri etnici o razziali». Ovviamente, la Lega ha incassato malissimo l’ordine del giorno di Buscemi. Secondo i leghisti dimostrerebbe mancanza di rispetto nei confronti «del pluralismo, del confronto democratico e della libertà di espressione», con l’intenzione di «mettere a tacere chi non la pensa come la sinistra, col solito spauracchio del razzismo». Silvia Sardone - eurodeputata, consigliera comunale e vice segretaria federale della Lega - ha aggiunto che il summit è un «evento di confronto dal respiro internazionale», in cui si ribadisce il «no all'islamizzazione». Insomma, sarebbe, secondo quest’ultimo giudizio, un argomento al di sopra di ogni sospetto e una forma di legittima difesa. Il mito neonazista della “sostituzione etnica” secondo Sellner È davvero così? Vediamo. Il 18 aprile il probabile ospite d'onore (di persona o virtuale) della manifestazione sarà Martin Sellner: ideologo del remigrazionismo forzato, nato in Austria nel 1989 (un secolo esatto dopo il suo connazionale Adolf Hitler), leader del Movimento Identitario Austriaco, nei guai fin da giovanissimo per aver appiccicato manifesti neonazisti sulle mura di una sinagoga. Negli ultimi anni è stato bannato da diversi Paesi, Germania inclusa. L’estremista viene descritto in questo modo (nel 2024) dalla senatrice Julia Unterberger (Südtiroler Volkspartei) in un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «È il teorico della cosiddetta remigrazione, un piano di espulsione su larga scala dai Paesi di lingua tedesca perfino dei cittadini austriaci e tedeschi di origine straniera. Martin Sellner è una delle figure più pericolose dell'intera galassia neonazista e xenofoba». Oggi comunque Sellner è noto soprattutto come l’autore del libro Remigrazione. Una proposta: uscito in tedesco nel 2024; nel 2025 lanciato in italiano dall’editore destrorso Passaggio al Bosco; da marzo 2026 offerto ai propri lettori dal quotidiano la Verità e dal settimanale Panorama, come se fosse un innocuo manuale di pilates. Basta dedicarsi alla lettura di quel libro per cogliere toni e spunti da propaganda in stile post-nazista. Ecco qualche stralcio (edizione 2025): I tedeschi devono rimanere la maggioranza dominante nella loro patria, oppure tornare ad esserlo lì dove sono diventati minoranza. La remigrazione [...] deve essere concepita come l’architrave di qualsiasi politica migratoria (p. 14). Alla radice di quasi tutti i grandi problemi delle nazioni dell’Europa occidentale c’è oggi la sostituzione etnica (p. 256). La minaccia rappresentata dalla sostituzione etnica deve diventare parte della coscienza collettiva nazionale. [...] Tocca a noi [...] risvegliare il nostro popolo e organizzarlo per fermare questo processo epocale, prima che sia troppo tardi (p. 309). Deve essere una scossa che parte dalla società civile patriottica e risveglia un’intera nazione (p. 311). Quella adottata da Sellner è un’impostazione nuova? Solo in apparenza. Affonda le radici in ideologie razziste elaborate da fine Ottocento in poi, passando per il nazifascismo e arrivando ai giorni nostri. Colpisce in particolare la sua citazione della cosiddetta “sostituzione etnica”, definita anche “grande sostituzione”. Cos’è? È «un mito neonazista secondo il quale i bianchi vengono sostituiti dai non bianchi» ed è caro alla «cospirazione di estrema destra», secondo la quale questa sostituzione è «orchestrata da un misterioso gruppo [...], spesso identificato con gli ebrei/sionisti». Quest’ultima definizione è stata pubblicata da un pericoloso magazine di sinistra? Macché, può essere letta sul sito del Governo italiano. Peccato che non sia il genere di lettura gradita ad alcuni degli attuali esponenti del Governo; inclusi il vicepremier Salvini, che promuove leggi ispirate da Sellner, e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida (FdI), che già nel 2023 durante un convegno - dedicato al calo delle nascite di italiani doc e alla seccante prolificità dei migranti - esortava: «Non possiamo arrenderci al tema della sostituzione etnica». Vedremo come andrà a finire. Wited
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