Responsabilità dell’OSS e falso mito della colpa dell’infermiere

Nel lavoro quotidiano capita di sentirla dire senza troppi scrupoli, quasi fosse una regola non scritta: se sbaglia l’OSS, la responsabilità è dell’infermiere. È una frase comoda, rassicurante, ma profondamente fuorviante. E il problema è che quando la realtà bussa alla porta – sotto forma di segnalazione, contenzioso o peggio – quella convinzione si sgretola in fretta. Partiamo da un punto fermo, che non lascia spazio a interpretazioni: ogni operatore risponde delle proprie azioni. L’operatore socio-sanitario, pur non essendo un professionista sanitario con autonomia clinica, ha un ambito preciso di competenze definito da riferimenti normativi nazionali, tra cui l’Accordo Stato-Regioni del 2001, e da regolamenti regionali e aziendali. Dentro quel perimetro si muove con responsabilità diretta. Fuori da quel perimetro, si espone. La responsabilità civile entra in gioco quando da un comportamento nasce un danno al paziente. Non serve un errore eclatante: basta una manovra eseguita con superficialità, una dimenticanza, una valutazione fatta senza le competenze adeguate. La legge, in questi casi, parla di colpa – che si traduce, nella pratica, in negligenza, imprudenza o imperizia. Se un OSS mobilizza male un paziente e provoca una caduta, o non osserva un segno evidente di peggioramento e non lo riferisce, quella responsabilità non si sposta automaticamente su altri. Resta dove nasce: nel comportamento. Il piano penale è ancora più netto. Qui non si discute di risarcimenti, ma di reati. Lesioni personali, omissione di soccorso, esercizio abusivo della professione: non sono ipotesi lontane, ma possibilità concrete quando si superano certi limiti o si ignorano situazioni critiche. E sul penale non ci sono scorciatoie: la responsabilità è personale. Non si delega, non si trasferisce, non si diluisce nel gruppo. E allora da dove nasce l’idea che “risponde l’infermiere”? Nasce dal ruolo, reale, che l’infermiere ha nell’organizzazione dell’assistenza. L’infermiere pianifica, coordina, attribuisce alcune attività e valuta i bisogni assistenziali. In questo senso ha una responsabilità di tipo organizzativo e professionale. Se assegna un compito in modo inappropriato, senza considerare le condizioni del paziente o le competenze dell’OSS, oppure omette la supervisione quando necessaria, può essere chiamato a rispondere. Ma questo non cancella la responsabilità dell’OSS: la affianca, semmai la condivide in parte. È qui che entra il concetto di responsabilità concorrente. Due figure, due livelli diversi, due responsabilità che possono coesistere. L’infermiere per aver organizzato o attribuito male; l’OSS per aver eseguito male o per non essersi fermato davanti a qualcosa che non gli competeva. Non è un gioco a scaricare la colpa: è una valutazione puntuale dei fatti. Facciamo un passo più concreto. Se un OSS esegue un’igiene a letto senza rispettare le precauzioni e causa una lesione cutanea, la prima domanda è: ha agito correttamente secondo le procedure? Se la risposta è no, la responsabilità è sua. Se però quell’attività è stata assegnata in un contesto disorganizzato, senza indicazioni adeguate o con un carico assistenziale incompatibile, allora lo sguardo si allarga anche alla responsabilità dell’infermiere o della struttura. Diverso, e molto più rischioso, è il caso in cui l’OSS oltrepassa i limiti. Somministrare farmaci senza titolo, eseguire manovre invasive, prendere decisioni cliniche: qui non c’è zona grigia. Anche se qualcuno “ha detto di farlo”, l’azione resta illegittima. E le conseguenze ricadono su chi l’ha compiuta. L’ordine ricevuto non è uno scudo, soprattutto quando riguarda attività che esulano chiaramente dal proprio profilo. C’è poi un elemento che nella pratica pesa più di quanto si ammetta: l’abitudine. “Si è sempre fatto così” è una delle frasi più pericolose nei contesti sanitari. Perché crea una normalità che la legge non riconosce. Il fatto che una prassi sia diffusa non la rende corretta, né tantomeno sicura. In questo scenario, la vera competenza non è solo tecnica. È anche capacità di riconoscere i propri limiti. Dire no, quando serve, non è rigidità né mancanza di collaborazione. È una forma di responsabilità matura. Significa proteggere il paziente, ma anche se stessi. Alla fine, la relazione tra OSS e infermiere non è una catena di comando cieca, ma una collaborazione regolata. Ognuno ha un ruolo, un campo d’azione e un livello di responsabilità. Confonderli può sembrare comodo nel breve periodo, ma espone a rischi concreti nel lungo. E quando si parla di salute e di legge, l’approssimazione non è mai una buona alleata.
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