Lucca e la “remigrazione” : una proposta ideologica e irrealizzabile
La chiamano “remigrazione” (deportazione/espulsione forzata), ma nei fatti è un progetto di allontanamento di massa. A Piacenza è partita la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare promossa dal Comitato “Remigrazione e Riconquista”, fondato da Veneto Fronte Skinheads, CasaPound, Rete dei Patrioti e Brescia ai Bresciani. L’impianto ideologico si richiama apertamente alle teorie dell’austriaco Martin Sellner, che ha teorizzato l’espulsione non solo dei migranti irregolari, ma anche di persone con permesso di soggiorno e perfino di cittadini nati e cresciuti nel Paese, se ritenuti “non assimilati”.
La proposta prevede l’allontanamento di intere categorie di persone sulla base dell’origine e dell’identità culturale. Non si tratta di politiche migratorie o di integrazione, ma di un disegno di esclusione sistematica che richiama ideologie razziste e segregazioniste.
A Lucca la vicenda assume un peso politico diretto. Tre consiglieri comunali di maggioranza — Andrea Barsanti, Lorenzo Del Barga e Gino Simi — risultano aderenti al comitato promotore della proposta di legge. Un dato pubblico che lega una parte dell’amministrazione cittadina a un’iniziativa sostenuta da gruppi dichiaratamente fascisti e da formazioni di area neonazista. All’avvio della raccolta firme ha presenziato anche l’assessora alla cultura Mia Pisano: non risultano firme formali da parte sua sulla proposta, ma la presenza istituzionale resta politicamente e simbolicamente rilevante.
Il sindaco Mario Pardini, ad oggi, non ha espresso una posizione pubblica. Nessuna presa di distanza, nessuna spiegazione. Un silenzio che apre interrogativi non solo etici, ma anche pratici.
Perché oltre all’ideologia, c’è la realtà. Una proposta di “remigrazione” (deportazione/espulsione forzata) dovrebbe necessariamente essere concordata con altri Stati: quali Paesi dovrebbero accogliere le persone espulse? Con quali accordi diplomatici? Nessun Paese è obbligato a ricevere individui che non riconosce come propri cittadini. Senza intese internazionali, il progetto resta uno slogan propagandistico, non una politica attuabile.
C’è poi il tema dei costi. Identificazione, procedure legali, strutture di trattenimento, trasporti, accordi bilaterali: chi pagherebbe tutto questo? Con quali fondi pubblici? A scapito di quali servizi essenziali? Nessuna risposta viene fornita dai promotori.
La proposta, inoltre, mescola volutamente situazioni giuridiche diverse: migranti irregolari, persone con permesso di soggiorno, lavoratori regolari, cittadini italiani per nascita o per naturalizzazione. In Italia centinaia di migliaia di persone di origine straniera lavorano, pagano tasse e contributi e tengono in piedi settori fondamentali dell’economia, dall’assistenza agli anziani all’agricoltura, dalla logistica all’edilizia. Espellerle significherebbe creare un danno immediato al sistema produttivo e previdenziale.
E la cittadinanza? Se il criterio diventa l’“assimilazione”, chi decide chi è abbastanza italiano? Con quali parametri? A questo punto la domanda diventa inevitabile: gli italiani che vivono all’estero — milioni di persone — dovrebbero essere “rimpatriati” perché residenti fuori dai confini nazionali? È una provocazione, ma serve a mostrare l’assurdità e la pericolosità del principio.
Le conseguenze economiche sarebbero pesanti, ma quelle diplomatiche ancora di più. Una politica di deportazione/espulsione forzata su base etnica isolerebbe l’Italia in Europa, aprirebbe contenziosi internazionali, danneggerebbe i rapporti politici e commerciali e metterebbe il Paese sotto accusa per violazione dei diritti fondamentali.
Di fronte a tutto questo, il coinvolgimento di esponenti della maggioranza e della Giunta comunale di Lucca non può essere liquidato come una scelta personale. È una questione politica che riguarda l’immagine della città, il rispetto dei principi costituzionali e la credibilità delle istituzioni. Le domande restano aperte, semplici e pesanti: Lucca intende davvero legare il proprio nome a un progetto irrealizzabile, costoso e discriminatorio? O qualcuno, finalmente, deciderà di rispondere con chiarezza?
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