Remigrazione : lo scontro arriva nelle istituzioni
Negli ultimi mesi il termine remigrazione è uscito dagli ambienti marginali dell’estrema destra ed è entrato con forza nel dibattito politico italiano. Dietro una parola che sembra tecnica si nasconde in realtà una visione radicale: l’idea di favorire, incentivare o imporre il ritorno nei Paesi d’origine di immigrati, e in alcune formulazioni anche di cittadini italiani di origine straniera, considerati “non integrabili”. Una proposta che non si limita alla gestione dell’immigrazione irregolare, già disciplinata dalla legge, ma che introduce una distinzione tra persone basata sull’origine, sull’identità culturale o etnica.
Il punto di svolta è arrivato ieri, quando questa idea ha tentato di ottenere una legittimazione simbolica all’interno delle istituzioni. Alla Camera dei Deputati era stata annunciata una conferenza stampa per presentare una raccolta firme per una legge di iniziativa popolare sulla remigrazione, promossa da ambienti dell’estrema destra con il sostegno di un esponente della Lega. La conferenza però non si è mai svolta: le opposizioni hanno occupato la sala stampa, la Presidenza della Camera ha sospeso tutte le conferenze per motivi di ordine pubblico e l’evento è stato annullato. Un fatto politico rilevante, perché segna un confine netto tra il diritto di proposta e l’uso degli spazi istituzionali per idee considerate incompatibili con i valori repubblicani.
La reazione non è stata solo simbolica. Molti parlamentari hanno spiegato che il problema non è la semplice discussione sull’immigrazione, ma il salto concettuale che la remigrazione introduce. La Costituzione italiana si fonda su alcuni pilastri chiari: l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, la tutela dei diritti inviolabili della persona, il rifiuto di ogni discriminazione basata su origine, razza, lingua o religione. Una proposta che mira a “spingere fuori” categorie di persone non per ciò che fanno, ma per ciò che sono o rappresentano, entra in rotta di collisione con questi principi.
Il nodo centrale è proprio questo: la remigrazione non è una politica di sicurezza o di contrasto all’illegalità, ma una visione identitaria dello Stato. Anche quando viene presentata come “volontaria” o accompagnata da incentivi economici, il contesto politico e culturale in cui nasce la rende tutt’altro che neutra. La pressione sociale, il linguaggio usato, la stigmatizzazione di intere comunità trasformano la presunta volontarietà in una forma di esclusione sistemica. È qui che molti giuristi vedono il rischio costituzionale: non servono deportazioni esplicite per violare i principi fondamentali, basta creare un quadro normativo che renda alcune vite meno legittime di altre.
Il governo guidato da Giorgia Meloni si è trovato in una posizione delicata. Da un lato non c’è stata un’adesione formale alla proposta, dall’altro alcune ambiguità e silenzi hanno alimentato il sospetto che una parte della maggioranza guardi con interesse a questo tipo di retorica. L’episodio della conferenza saltata ha però mostrato che esiste ancora una linea di resistenza istituzionale quando certe idee tentano di normalizzarsi entrando nei luoghi simbolo della democrazia.
La pericolosità della remigrazione non sta solo nel contenuto, ma nel metodo. Portare nel linguaggio politico concetti che dividono la società in “legittimi” e “tollerati”, in “appartenenti” e “ospiti permanenti”, significa erodere lentamente il patto costituzionale. La storia europea insegna che questi processi raramente iniziano con atti clamorosi: cominciano con parole nuove, apparentemente tecniche, che spostano il confine di ciò che è dicibile e pensabile.
La conferenza annullata alla Camera non è quindi un dettaglio di cronaca, ma un segnale. Indica che la remigrazione non è più solo uno slogan di piazza, ma una proposta che tenta di farsi spazio nelle istituzioni. Ed è proprio per questo che il confronto non può essere superficiale: in gioco non c’è una singola legge, ma l’idea stessa di cittadinanza e di uguaglianza su cui si regge la Repubblica. Qui non si discute solo di immigrazione, ma di che tipo di Paese l’Italia vuole essere.
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