Degrado e vetri rotti una semplice idea
La teoria dei vetri rotti è una teoria sociologica e criminologica che spiega come il degrado visibile di un luogo urbano possa favorire comportamenti sempre più gravi, fino alla criminalità vera e propria.
Nasce nei primi anni ’80 grazie a James Q. Wilson e George L. Kelling. L’idea è intuitiva: se in un edificio c’è una finestra rotta e nessuno la ripara, presto se ne romperanno altre. Quel segnale dice a tutti che lì non importa a nessuno, che non ci sono regole né controllo.
Applicata alle città, la teoria sostiene che piccoli segni di disordine – graffiti, sporcizia, vandalismi, infrazioni minori tollerate – creano un clima psicologico di abbandono. In quel clima le persone sono più inclini a trasgredire, perché percepiscono che “tutto è permesso”. Da qui l’idea che intervenire subito sui piccoli problemi possa prevenire fenomeni più gravi.
Negli anni ’90 questa visione ha influenzato politiche urbane e di polizia basate sulla repressione dei reati minori, con l’obiettivo di ristabilire ordine e senso di sicurezza. In alcuni contesti ha funzionato sul piano del decoro e della percezione di sicurezza, in altri ha mostrato limiti evidenti.
Infatti la teoria è anche molto criticata: non sempre il degrado causa criminalità, spesso ne è solo il sintomo. E se applicata in modo rigido rischia di colpire soprattutto i più fragili, senza affrontare le vere cause sociali come povertà, marginalità ed esclusione.
In poche parole: i vetri rotti contano, ma se ripari solo le finestre e ignori chi vive dentro la casa, prima o poi il problema ritorna. Un po’ come dare una mano di vernice a un muro che ha le fondamenta crepate.
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