Più ne parli, più lo fai esistere
C’è una legge non scritta della comunicazione che funziona sempre, anche quando fingiamo di ignorarla: più si parla di qualcuno, più quel qualcuno prende spazio nella realtà collettiva. Non importa se le parole sono di elogio o di disprezzo, se sono applausi o fischi. Il risultato è lo stesso: visibilità.
Il meccanismo è semplice e spietato. La ripetizione genera familiarità, e la familiarità genera una forma di fiducia inconscia. Un nome che ritorna, una faccia che rimbalza ovunque, diventa parte del paesaggio mentale. A quel punto smettiamo di chiederci se sia degno di attenzione: lo riconosciamo e basta. Ed è proprio lì che scatta il paradosso, perché ciò che è riconoscibile tende a sembrarci meno minaccioso, talvolta persino simpatico.
Parlarne male, spesso, non indebolisce un personaggio. Lo allena. Ogni critica lo rende più noto, ogni indignazione lo allarga, ogni polemica lo rafforza. Chi attacca crede di colpire, ma in realtà sta facendo marketing gratuito. Il messaggio negativo evapora, il nome resta. E il nome, col tempo, diventa marchio.
È per questo che certi personaggi sembrano prosperare nel conflitto. Non cercano consenso, cercano attenzione. Sanno che l’odio è più rumoroso dell’approvazione e che il rumore, nel mondo moderno, è valuta pregiata. Finché se ne parla, vincono. Anche perdendo.
Il vero antidoto non è la rabbia, né la denuncia continua. È l’indifferenza. Il silenzio è l’unica cosa che non alimenta. Tutto il resto, anche le buone intenzioni, rischia di trasformarsi in carburante.
In fondo è una lezione semplice, quasi fastidiosa per quanto è vera: se vuoi ridimensionare qualcuno, smetti di offrirgli il centro della scena. Perché a volte, il modo migliore per far sparire un personaggio è non nominarlo affatto. E sì, è molto più difficile di quanto sembri.
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