Legami opachi tra politica, sinistra e ambienti islamisti radicali

La sensazione che qualcosa non torni ha smesso da tempo di essere un sussurro ed è diventata un tema esplicito del dibattito pubblico. Non si parla più solo di attivismo o di solidarietà internazionale, ma di una parte ben precisa della politica italiana che, oggi, si trova coinvolta direttamente in una zona grigia fatta di rapporti, presenze comuni e silenzi imbarazzati. È soprattutto l’area della sinistra, in diverse sue espressioni, a essere chiamata in causa in questa fase. Il nodo non è l’adesione formale a ideologie estremiste, ma una vicinanza concreta, documentata da incontri, eventi, iniziative pubbliche e collaborazioni con associazioni che si presentano come umanitarie e filopalestinesi, ma che nel tempo sono finite sotto osservazione per presunti legami con ambienti islamisti radicali. Quando queste realtà vengono sfiorate da indagini o sospetti, il problema non è solo giudiziario: diventa politico, culturale e morale. Qui emergono le insicurezze. Da un lato c’è la paura di aver sottovalutato il rischio, di essersi mossi con superficialità in un terreno complesso, fidandosi di interlocutori sbagliati. Dall’altro c’è il timore, più calcolato, che rompere pubblicamente con certi ambienti significhi perdere consenso, incrinare alleanze, esporsi alle accuse di tradimento della causa palestinese o di cedimento alle pressioni dell’avversario politico. Il risultato è una linea ambigua: difese generiche, accuse di strumentalizzazione, prese di distanza parziali o tardive. Eppure, agli occhi di molti, proprio questa esitazione pesa più di qualunque fotografia o presenza occasionale. Non chiarire subito, non marcare confini netti, alimenta il sospetto di una connivenza quantomeno opportunistica, se non ideologica. Una connivenza che forse non è voluta, ma che nasce dal rifiuto di affrontare il problema fino in fondo. Il coinvolgimento attuale di una parte della sinistra rende tutto più delicato. Non si tratta di vicende archiviate o di errori lontani nel tempo, ma di una gestione presente, ancora in corso, che mette alla prova la credibilità di chi rivendica valori di legalità, pace e diritti. In questo contesto, la solidarietà rischia di diventare uno scudo dietro cui nascondere l’incapacità di dire dei no scomodi. Alla fine, la questione non è stabilire colpe definitive, ma riconoscere una fragilità politica evidente: la difficoltà di distinguere tra cause giuste e strumenti sbagliati, tra dialogo e tolleranza eccessiva. Finché una parte della politica continuerà a muoversi in questa ambiguità, il sospetto resterà più forte di qualsiasi smentita, e il prezzo lo pagherà la credibilità dell’intero campo progressista. https://fai.informazione.news/
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