Il 2026 fra motivi di speranza e giustificate preoccupazioni

Il 2026 fra motivi di speranza e giustificate preoccupazioni

"Si è appena concluso il 2025, anno giubilare dedicato alla speranza. Un lascito prezioso per tutti, credenti e non, per un nuovo anno che proprio nella speranza deve avere il suo cardine, accanto a molte giustificate e ben note preoccupazioni.

A livello globale, una pace urgente e stabile è la priorità assoluta: dal punto di vista umano in primo luogo, ma anche in ottica economica. Un obiettivo che ancora sfugge, nonostante sforzi intensi di diplomazia e politica: ma non è utopistico auspicare che il 2026 sia l'anno della soluzione per il conflitto in Ucraina e per un assetto più equilibrato e solido in Medio Oriente, confidando che vengano scongiurate aperture di nuovi fronti. Sul piano economico, il vulnus inflitto dai dazi americani al principio del libero scambio ha avuto effetti diversi a seconda di paesi e settori, ma rimane un fattore negativo per lo sviluppo del commercio e della produzione su scala internazionale. 

Nella dimensione europea, anche il fattore valutario contribuisce pesantemente a raffreddare le potenzialità di export per le nostre imprese, soprattutto verso gli USA. Dall'Europa è arrivato un segnale positivo, per quanto parziale e sostanzialmente obbligato: il superamento della norma che imponeva lo stop totale alla vendita di motori endotermici già dal 2035 e l'apertura al principio della neutralità tecnologica per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità ambientale. Quello della sostenibilità rimane un tema strategico ineludibile, che tuttavia va affrontato con pragmatismo e concretezza. Condivido le critiche del nostro presidente confederale Orsini sul poco coraggio dimostrato da Bruxelles; confidiamo comunque che questo limitato cambiamento di rotta sia il segno di una presa di coscienza della necessità di coniugare la sostenibilità ambientale con la sostenibilità economica. All'Europa dobbiamo anche, non bisogna dimenticarlo, le risorse PNRR che hanno contribuito a sostenere il PIL del nostro paese: un supporto sul quale non potremo più contare.

Anche questo è un motivo per guardare con particolare attenzione alla manovra di bilancio 2026. L'azione di Confindustria è stata determinante per recuperare rispetto a un'impostazione iniziale che non convinceva. Fra le misure più rilevanti per il sistema industriale anche del nostro territorio l'iperammortamento, esteso fino alla fine di settembre 2028: anche se per le piccole imprese sarebbe stato più favorevole il credito d'imposta, si tratta comunque di un provvedimento incoraggiante per gli investimenti, cui vengono riconosciuti benefici fiscali significativi. Positivo anche il recupero (nella prima bozza della manovra la si aboliva) della possibilità di compensare i crediti di imposta di natura agevolativa con contributi previdenziali e assistenziali e premi INAIL: un modo, questo, per salvaguardare la liquidità delle imprese. Non altrettanto si può dire delle risorse per Transizione 5.0, per le quali c'è stata una serie di ripensamenti di segno opposto che lasciano molte imprese fortemente e giustamente insoddisfatte. Altri provvedimenti, alcuni dei quali interessanti in un senso o nell'altro, impattano solo su settori specifici. Su un capitolo essenziale come quello dell'energia, uno dei principali fattori di gap per la competitività delle imprese italiane, qualcosa si muove. L'Energy release 2.0, il meccanismo per fornire energia elettrica a prezzo calmierato alle imprese energivore che si impegnino a realizzare impianti per le rinnovabili, è appena diventato operativo. Per il gas, rimane il pesante differenziale fra il prezzo europeo TTF e quello italiano PSV: anche se i prezzi della materia prima si sono progressivamente ridotti nel corso nel 2025, questo rimane un nodo centrale, accanto alla necessità di disaccoppiamento dei prezzi di gas metano ed energia elettrica. 

A livello locale siamo in un momento di transizione. Il governo regionale è cambiato, pur nella continuità della figura del presidente e delle forze politiche di maggioranza, solo poche settimane fa. I primi contatti si sono svolti in un clima di collaborazione: un patrimonio relazionale prezioso, questo, rispetto a un ente le cui funzioni sono strategiche per il mondo produttivo, dalla gestione delle risorse europee alle politiche ambientali, formative e del lavoro. L'auspicio è che questo spirito positivo si traduca in azioni costruttive, superando anche prese di posizione pregresse non in linea con prospettive di sviluppo del territorio. Il 2026 sarà poi un anno elettorale importante per Pistoia e Prato, entrambe, per motivi diversi, alle prese con elezioni amministrative anticipate. Con le amministrazioni delle due città, di Lucca, delle rispettive province e del complesso dei comuni che le compongono il dialogo è da sempre intenso e assiduo.

Il filo che lega questo excursus è la necessità di creare le condizioni perché l'industria cresca e si qualifichi. Quello della deindustrializzazione è uno spettro che minaccia il nostro paese; nelle tre province di Confindustria Toscana Nord, fortemente caratterizzate in senso industriale, il fenomeno è poco percepibile - pur nelle criticità che colpiscono alcuni settori - ma non per questo da sottovalutare. L'industria è e rimane centrale come motore di sviluppo e di occupazione: in Italia, secondo un recente rapporto di Confindustria, il manifatturiero rappresenta il 60% della produzione complessiva, il 35% degli investimenti, il 50% della spesa nazionale in ricerca e sviluppo, il 95% dell'export. E' un sistema complesso, articolato in filiere ad alta specializzazione, che negli ultimi anni ha compiuto passi decisivi verso la patrimonializzazione, la digitalizzazione, la qualificazione delle competenze, oltre che qualche evoluzione, per quanto ancora insufficiente, verso il superamento del problema dimensionale; è un macrosettore centrale per l'economia nazionale ma alle prese con problemi di competitività dovuti in gran parte a scelte politiche e amministrative dei vari livelli istituzionali. Dalle carenze infrastrutturali alla presenza di sacche di grave illegalità, dai fardelli dell'elevata imposizione fiscale e della burocrazia alle prestazioni non ottimali del sistema scolastico e formativo e del mercato del lavoro, dal già citato problema dei costi energetici a una gestione talvolta inadeguata dei temi della sostenibilità ambientale: c'è tanto da lavorare per frenare la deindustrializzazione e nello stesso tempo favorire anche gli altri macrosettori. Quest'ultima considerazione è essenziale: in un'ottica armonica e solida di crescita e sviluppo, le convergenze di interessi fra i vari comparti economici sono ben maggiori delle divergenze.

La speranza che occorre per il 2026 non deve essere inerte ma attiva, costruttiva, aperta e generosa, orientata a un futuro che può essere davvero migliore. Dobbiamo crederci tutti: è il presupposto necessario per concretizzarla."
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