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  • 29/09/2022 19:09

L’astensionismo alle stelle delegittima il parlamento e i partiti del regime capitalista neofascista

Elezioni politiche del 25 settembre 2022 L’astensionismo alle stelle delegittima il parlamento e i partiti del regime capitalista neofascista Astensionismo in vetta in Calabria, Campania e Molise. La destra batte la “sinistra” borghese frantumata in tanti partiti. Flop del PD. Dimezzato il M5S, ma Conte si propone di egemonizzare la “sinistra” borghese. La Lega si svuota a vantaggio di FdI. Azione e Italia Viva falliscono l’obiettivo del 10%. Perdono voti tutti i partiti, fuorché FdI. Unione popolare, Italia sovrana e popolare e PCI carpiscono il voto solo di una parte dell’elettorato più avanzato Uniamoci per combattere il capitalismo, per il socialismo e il potere politico del proletariato Le elezioni politiche del 25 settembre hanno espresso un verdetto inequivocabile nella storia elettorale italiana: l'astensionismo è di gran lunga il primo “partito”. A nulla è servita l'accanita campagna contro l'astensionismo condotta persino da “il manifesto” trotzkista e da due partiti che si richiamano al comunismo, oltreché da Draghi, dai vescovi, dai media, dall'Anpi e da altri. Infatti si sono astenuti – disertando le urne, annullando la scheda o lasciandola in bianco - 17,9 milioni di elettrici ed elettori che corrispondono al 39% del corpo elettorale con un incremento del 9,6% rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2018. Per gli elettori all'estero la diserzione è stata del 77,1% (+3,7% rispetto alle passate elezioni politiche) Ma qual è il significato politico di questo voto? “È una malattia della democrazia”, come dice il trasformista liberale Conte, o un qualcosa di ben diverso? Un risultato storico per l'astensionismo L'Italia, che a causa della sua particolare storia politica, istituzionale ed elettorale vantava una delle più alte affluenze elettorali al mondo e ancora fino al 2008 poteva contare su un'affluenza superiore all'80%, in soli 14 anni è scesa di oltre 17 punti percentuali collocando il nostro Paese, in una virtuale classifica, addirittura al quintultimo posto in Europa. Come sottolinea l'Istituto Cattaneo di Bologna, impressiona in particolare la forte accelerazione che ha subito l'astensionismo in questo ultimo quadriennio. Dal 1979 al 2018 la riduzione media del tasso di partecipazione alle urne tra una elezione per la Camera e l'altra è stata di 1,9 punti percentuali. Il calo maggiore, di 5 punti percentuali, era stato quello registrato tra il 2008 e il 2013. Ora il calo è del 9% in soli quattro anni, il più ampio della storia della repubblica. È la differenza che passa fra un normale temporale e una bomba d'acqua. Il risultato dell'astensionismo era tutt'altro che scontato vista la posta in gioco. Per gli astensionisti di destra (seppur una componente minoritaria) c'era il richiamo alle urne galvanizzati dalla possibilità di mandare al governo la propria coalizione con una maggioranza significativa se non schiacciante come facevano prevedere i sondaggi. E questo richiamo ha funzionato. Per l'elettorato di sinistra (che è la componente di gran lunga maggioritaria) era forte il richiamo alle urne, al “voto utile” contro il “pericolo della destra” e del fascismo sbandierato dal PD e dal “centro-sinistra” a costo di “tapparsi il naso” e anche tutti e due gli occhi. Ma in grandissima parte gli astensionisti di sinistra non hanno comunque accettato di essere ricattati e strumentalizzati dal PD e dai suoi vassalli e hanno coraggiosamente scelto di astenersi rendendosi conto che questi partiti non costituiscono affatto un argine alla destra e al fascismo che al contrario hanno tollerato, avallato e legittimato. Negando il loro consenso e il loro avallo queste elettrici ed elettori hanno delegittimato il parlamento e i partiti del regime capitalista neofascista. L'astensionismo non è dunque una “malattia”, ma il primo passo della guarigione dalle illusioni elettoraliste, parlamentariste, costituzionaliste e pacifiste e dalle trappole della democrazia borghese che tengono imprigionati il proletariato e le masse popolari, giovanili e femminili sfruttate e oppresse. Ormai vari sondaggisti e analisti del voto, ammettono che l'astensionismo non è un dato involontario e causale, determinato dalla stagione e dal clima, dall'impedimendo momentaneo ad andare alle urne e tanto meno una forma di puro qualunquismo. Il fenomeno è talmente vasto che non può che avere un significato politico e sociale ben preciso. Un significato di protesta, di rifiuto e di lotta. Tant'è vero che è ormai accertato che l'astensionismo è di gran lunga più praticato fra le masse più povere e diseredate, dagli operai e dai lavoratori impoveriti, i disoccupati, i giovani precari, i pensionati poveri. E stato calcolato dall'Istituto Ixé che il livello di astensionismo fra coloro che si dichiara in difficoltà economiche è intorno al 50%, rispetto a una media del 36%. Mentre è marginale e fortemente minoritario tra la borghesia e i ceti più ricchi. Sempre secondo la stessa analisi, l'astensionismo è maggiore fra i giovani sotto i 34 anni e gli over 65 che pure in passato erano fra quelli più propensi a recarsi alle urne. Non è un caso che la diserzione alle urne dilaghi nel Sud e nelle Isole martoriati dalla miseria, dalla disoccupazione, dall'emigrazione e dall'abbandono con percentuali che si avvicinano al 50%. Come in Calabria dove l'astensionismo è al 49,2%, in Sardegna (46,8%), in Campania (46,7%), in Molise e Puglia (43,4%). Se poi guardiamo al balzo in avanti dell'astensionismo dal 2018 ad oggi, registriamo il record in Molise con +15%, Campania (+14,9%), Calabria (+12,9%). L'unica eccezione per l'incremento della diserzione la fa la Sicilia (dove comunque si attesta a un ragguardevole 42,7%) che fa registrare +5,4% rispetto alle politiche 2018, il più basso a livello nazionale. Ma in questo caso ha pesato la concomitanza con le elezioni regionali siciliane. Il che dimostra quanto l'astensionismo sia una scelta di voto vero e proprio che ogni elettore valuta, soppesa ed esercita ogni volta. Sempre al Sud il record della diserzione a livello provinciale che spetta a Crotone (54,1%) e Reggio Calabria (51,1%), dove gli astensionisti superano ben la metà degli elettori chiamati alle urne, e Nuoro (49,7%) che segue a ruota. L'astensionismo dilaga anche nelle aree più povere e disagiate del centro-nord, nelle periferie delle grandi città. Come a Torino dove per esempio nel collegio dove prevale una presenza di benestanti e di media-alta borghesia (Centro-Crocetta) si è recato alle urne il 71% degli aventi diritto, mentre nelle periferie di Borgo Vittoria-Lucento-Vallette, la percentuale precipita al 58%. Così è per il quartiere popolare di Fuorigrotta a Napoli, il rione San Paolo a Bari o lo zen di Palermo. A Piombino, in provincia di Livorno, dove le masse sono impegnate nella lotta contro il rigassificatore, la diserzione è cresciuta del 10%, contro la media regionale del 7,7%. Una forma di protesta utilizzata anche da decine di elettori di Castiglione Messer Marino (Chieti) che per contestare la chiusura del viadotto Sente, hanno gettato sull'asfalto del ponte le loro tessere elettorali. Come si vede si tratta di una chiara e coraggiosa forma di opposizione e di protesta. L'astensionismo è per ora un voto per lo più spontaneo, non organizzato e seppur sempre più cosciente e qualificato, non ancora qualificato in senso anticapitalista e rivoluzionario. Ringraziamo tutti i valorosi ed eroici militanti e simpatizzanti del Partito che hanno propagandato con pochi mezzi e forze e nel silenzio tombale dei mass media che l'hanno ignorato, l'astensionismo marxista-leninista come un voto dato dal PMLI e al socialismo. Siamo consapevoli che la nostra propaganda ha potuto raggiungere solo qualche migliaia di elettrici e di elettori di sinistra. Tuttavia, oggettivamente, l'astensionismo si pone già su un terreno anticapitalista perché come abbiamo già detto delegittima il parlamento e i partiti del regime capitalista neofascista che non hanno più il controllo diretto sul piano elettorale, ma anche politico e organizzativo, di ben oltre un terzo delle elettrici e degli elettori. La destra batte la “sinistra” borghese L'astensionismo è senza ombra di dubbio il grande vincitore di queste elezioni. Non solo è il primo “partito” in assoluto ma ha tracciato un solco abissale con tutti gli altri partiti borghesi sia della destra che della “sinistra” borghese. Tant'è vero che fra l'astensionismo (39% sull'intero corpo elettorale) e Fratelli d'Italia della ducetta e antifemminile Meloni (15,9% sul corpo elettorale) ci sono ben 23 punti percentuali. In valori assoluti si contano oltre 10 milioni di voti in più per l'astensionismo. La destra batte la “sinistra” borghese frantumata in tanti partiti. Anche per effetto della legge elettorale attualmente in vigore, la destra si aggiudica la maggioranza dei seggi parlamentari nonostante in realtà, per effetto dell'alto astensionismo, abbia ottenuto il consenso di una minoranza dell'elettorato, pari al 26,9% degli aventi diritto, poco più di un quarto. Del resto a contrastarle il passo c'era una “sinistra” borghese frantumata in tanti partiti, di fatto in guerra fra loro. Non vi è però stato nessun spostamento a destra dell'Italia. La coalizione di destra ottiene 12,3 milioni di voti, appena 150 mila voti in più rispetto ai 12,1 milioni del 2018 e addirittura 800 mila in meno rispetto alle elezioni Europee 2019 quando complessivamente ottenne 13,1 milioni di voti. Se poi si va ancora più indietro, per esempio nel 2008, l'allora “centro-destra” poteva contare su ben 17 milioni di voti e in precedenza ancor di più. Alleanza Nazionale di Fini (poi confluita nel PDL) con Fiamma Tricolore di Rauti, tutti antenati della Meloni, ancora nel 2006 poteva contare su oltre 5 milioni di elettori. Vi è stato piuttosto una redistribuzione di voti all'interno della coalizione di destra a vantaggio di Fratelli d'Italia e a spese di Lega e Forza Italia. I 5,8 milioni di voti in più che Fratelli d'Italia conquista rispetto al 2018 fanno quasi pari con quelli persi nello stesso arco di tempo dalla Lega e da Forza Italia. Secondo alcune analisi dei flussi elettorali, dal 26,8% al 50% di elettori che nel 2018 aveva votato Lega in questa occasione ha votato Fratelli d'Italia. Così il 15% che aveva votato Forza Italia e il 12% che aveva votato M5S. Ciò corrisponde anche al fatto che FdI avanza soprattutto al nord e nelle aree storicamente feudi della Lega, mentre stenta al Sud e al Centro. C'è inoltre da dire che coloro che hanno votato Fratelli d'Italia non sono solo elettori di destra. Secondo vari sondaggi, solo il 7% del 26% dei voti validi ottenuti da FdI si dichiara di destra. Essendo FdI l'unico partito ad esser rimasto fuori dalla grande ammucchiata del governo Draghi, ha potuto demagogicamente beneficiare anche di una buona parte di voti di protesta, come era già in passato accaduto alla stessa Lega Nord o al Movimento 5 stelle. Senza contare l'indegna pretesa della Meloni di rappresentare il riscatto femminile essendo con tutta probabilità la prima donna che per prima in Italia sarà chiamata a guidare il futuro governo. Buona parte del successo della destra neofascista è dovuto al flop del PD e dei partiti che dovevano portare acqua al suo mulino. Rispetto al 2018 perde solo 800 mila voti, che corrispondono all'1,6% sul corpo elettorale, ma quelle elezioni furono il punto più basso di questo partito. La coalizione di “centro-sinistra” valeva 10 milioni di voti nel 2013 (col M5S arrivato all'epoca già a 8,7 milioni di voti) e oggi ne ottiene solo 7,3 milioni. L'Alleanza Verdi e Sinistra non riesce a mantenere nemmeno i voti della sola LeU nel 2018. +Europa della Bonino non ottiene neanche un seggio parlamentare e così pure Impegno civico di Di Maio e il Centro democratico di Bruno Tabacci che si attestano allo 0,4% del corpo elettorale. Conte vuole l'egemonia della “sinistra” borghese Dimezzato anche il Movimento 5 stelle che passa da oltre 10,7 milioni di voti nel 2018 agli attuali 4,3 milioni, il più marcato arretramento fra tutti i partiti. Paradossale che questo risultato così negativo venga letto da Conte e dai vari commentatori come una sorta di vittoria solo perché il M5S avrebbe “rimontato” rispetto ai pessimi sondaggi pre elezioni e perché, in virtù della scarsa presa della destra e del PD in quest'area, è risultato il primo partito (dopo l'astensionismo) al Sud. Forte di questa presunta “vittoria” e dalla crisi evidente del PD ora il trasformista liberale Conte si propone di egemonizzare la “sinistra” borghese. Nella conferenza stampa indetta alla Camera dopo il risultato elettorale e dopo aver ascoltato il commento di Letta che lo ha indicato come il colpevole della disfatta elettorale, ha parlato a tutto il “centro-sinistra” e alla domanda se si sta candidando a essere il punto di riferimento di un nuovo, futuro, fronte progressista, risponde: “Non ci si candida ad un ruolo così, ma una cosa del genere avviene in maniera naturale in base alla forza politica, alla visione, alla lungimiranza di un progetto. Quindi – conclude – posso dire che oggi il M5S è l'avamposto progressista e democratico in Italia”. Incredibile davvero che chi è passato impunemente da destra a sinistra, cavalcando tutte le onde del momento e ha governato con i neofascisti e razzisti e nel governo del banchiere massone Draghi, oggi si erga a punto di riferimento della “sinistra” borghese. Comunque sia, vista la sua visione ideologica, economica, politica e sociale e la sua storia, la sua opposizione al futuro governo non può che essere un'opposizione borghese, capitalista, costituzionale e riformista. Un'opposizione già sperimentata e fallimentare in Italia, in Europa e nel mondo intero. Anche Azione di Carlo Calenda e Italia Viva di Matteo Renzi, che pure entrano in parlamento, non possono cantar vittoria perché falliscono l'obiettivo del 10% e di diventare l'ago della bilancia parlamentare fermandosi al 7,8% dei voti validi, che equivalgono solo al 4,8% del corpo elettorale. Peraltro, invece di drenare voti dall'astensionismo e da Forza Italia, come si proponevano, hanno succhiato voti quasi esclusivamente al PD. Restano fuori dal parlamento partiti minori come Alternativa per l'Italia, Vita, Partito animalista, Forza del popolo, il Partito della Follia creativa e Free e pure Italexit di Gianluigi Paragone che, pur accreditato dai sondaggi sopra la soglia di sbarramento, si ferma all'1,9% dei voti validi. Male anche per Unione popolare dell'ex sindaco di Napoli Luigi De Magistrs, Potere al popolo e PRC che si ferma all'1,4% dei voti validi Italia sovrana e popolare, che riuniva varie anime cosiddette “rosso-brune”, no vax, ecc, come il PC di Marco Rizzo e che aveva nelle sue liste tra gli altri Antonio Ingroia, si ferma all'1,2% dei voti validi. Il PCI ottiene 24,5 mila voti pari allo 0,1% dei voti validi. Tutte queste forze (Unione Popolare, Italia sovrana e popolare e PCI) in pratica hanno carpito il voto solo di una parte dell'elettorato più avanzato, mentre la parte più rilevante si è riversata nell'astensionismo. Uniti contro il capitalismo, per il socialismo Alla luce di questi risultati elettorali, non possiamo che tornare a rilanciare l'appello conclusivo del documento elettorale del PMLI del 24 luglio scorso con cui l'Ufficio politico invitava le elettrici e gli elettori ad astenersi. Si legge nel documento che: “Qualsiasi sia il governo che uscirà dalle urne trattiamolo come si conviene, rendendogli la vita difficile attraverso la lotta di classe. Le forze anticapitaliste divise e senza un progetto comune di una nuova società incidono poco nella realtà politica e sociale. Un concetto elementare che hanno ben compreso i fondatori del recente Coordinamento di Unità Popolare del quale fa parte anche il PMLI con apertura e grande spirito unitario. C'è però bisogno che tutte le forze anticapitaliste, a partire da quelle con la bandiera rossa, aprano una grande discussione pubblica per elaborare un progetto comune per la nuova società socialista. È una urgente necessità politica e sociale auspicata il 17 febbraio 2020 dal PMLI nel documento del Comitato centrale appena varato il governo Draghi. Questa discussione rivoluzionaria è il primo passo per cominciare a lavorare unitariamente per abbattere il capitalismo, e così, passo dopo passo, si arriverà a respirare l'aria 'pura' del socialismo in cui il proletariato, la classe delle operaie e degli operai che producono tutta la ricchezza del Paese ma ne riceve solo le briciole, è al potere”. E concludeva: “Uniamoci impugnando l'arma dell'astensionismo per delegittimare il capitalismo e i suoi governi e partiti e per avanzare verso la conquista del socialismo e del potere politico del proletariato! Uniamoci per combattere le istituzioni rappresentative della borghesia e per creare le istituzioni rappresentative delle masse fautrici del socialismo! Uniamoci sulla via dell'Ottobre verso il socialismo e il potere politico del proletariato!”. 28 settembre 2022 PMLI. IT

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